Monthsettembre 2008

Venerd?¨ 29 agosto 2008 Isole Kerkennah ‚Äì Tunisia

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Il mostro d’acciaio e il sogno arabico
Giornata calda e appiccicosa, un clima che preoccupa in vista del ramadan ormai prossimo.
Andiamo al porto nuovo dove è approdata una grande paranza che in questo contesto ha le sembianze di un mostro d’acciaio soprattutto se paragonato alle eleganti feluche di legno che veleggiano pigre nella brezza della sera. La pesca a strascico è la nemica giurata dei pescatori costieri, qui come all’Elba e qui come da noi questa pesca che devasta i fondali nell’indifferenza anzi sotto la protezione di chi controlla la pesca. I pescatori di Kerkennah sono arrabbiati perché l’equivalente della nostra capitaneria di porto è giustamente molto severa con loro nel rilasciare licenze di pesca e nel controllare che non si peschi con le “reti giapponesi” (reti di plastica a maglie molto piccole), ma ignora i grandi motopesca che rastrellano il fondo distruggendo le praterie di posidonie e con loro la vita di questo mare e il lavoro di questa gente che da secoli si barcamena fra flussi di correnti e maree rispettando i cicli riproduttivi di questo delicato ecosistema marino.
Il sole pone spettacolare come sempre dietro le cataste di gourgoulette (piccole anfore per la pesca del polpo) che fra un mese verrano calate sui bassi fondali per catturare i tentacolati molluschi ripetendo una pesca che va avanti dal tempo dei fenici.
Stasera siamo a cena dalla mamma dei fratelli Ouarda, che vive separata dal marito in una casa vicino al porto. È buio buio, quello vero senza illuminazione artificiale ma il viottolo si vede bene perché è bianco e la luce delle stelle è più che sufficiente per illuminarlo, però bisogna stare all’erta con l’udito, ogni tanto passano le biciclette che non si vedono (perché qui anda’ in giro con la luce è considerato umiliante) e quando si sente il rumore delle ruote sulla terra si salta di fianco.
Mangiamo all’aperto sotto le palme, pesce arrosto e uva della pergola, di “razza italiana” precisa orgoglioso Ali Baba. Le mamme sono tutte uguali Fatima è in ansia per Mafud l’altro fratello Ouarda che è in volo per il Kuwait dove insegna francese e vive con la famiglia. Vi si è trasferito da qualche anno e con i guadagni si è costruito una grande villa sull’isola natale che però si gode solo per le vacanze. Finalmente arriva la telefonata e la signora ringrazia allah e si rilassa. 
Ormai per la gente del Magreb l’europa è la meta dei disperati, la nuova terra promessa è la penisola arabica, le persone che hanno una qualifica o comunque un mestiere ambiscono ad andare  in Arabia Saudita o meglio ancora in Oman, in Kuwait, in Barhein, Qatar, dove un lavapiatti guadagna quattro volte più che un dottore in Tunisia e otto volte più che in Egitto. Gli arabi “puri” preferiscono personale mussulmano e disponendo di capitali pressoché illimitati ricompesano con stipendi da favola.
Prima di accomiatarsi come da tradizione si beve l’acqua fresca della cisterna simbolo di purificazione e buonaugurio e poi si ritorna al villaggio dalla pista bianca facendo attenzione alle sibilanti biciclette.
 
   

Gioved?¨ 28 agosto 2008 Isole Kerkennah ‚Äì Tunisia

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Elbaeumberto e google analytics
Internet è un mondo che fa paura per quanto ti entra dentro e ti controlla ma è anche un incredibile concentrato di informazioni anche forse soppratutto nel dietro le quinte. Prendendoci un po’ di confidenza  ti rendi conto che tutto quello che fai con questo strumento è controllato e che una parte di questo “potere “ ti viene concesso e in piccola parte anche a te permette di controllare. Come google analytics con cui guardo le statistiche del sito di elbaeumberto per vedere il numero delle visite, il tempo di permanenza, il numero di pagine visitate ect. La cosa che mi incuriosisce di più è cercare di capire da dove arrivano le visite, in Italia Milano e Roma sono i centri che danno più visite, ma anche Firenze e Napoli, ma la cosa più curiosa sono i piccoli centri che a volte riesci a collegare a persone conosciute e questo vale ancora di più per l’estero, i quindici marocchini affezionati credo di sapere chi siano, così come i contatti con la Cina che sono durati giusto il tempo delle olimpiadi, più misteriosi gli svedesi, gli americani, i brasiliani e l’unico giapponese. Comunque in questo momento ci seguono da quindici paesi e la cosa mi fa un po’ impressione.
   

Mercoled?¨ 27 agosto 2008 Isole Kerkennah ‚Äì Tunisia

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L’animale senza cervello e il misterioso gigante italiano
Nella notte il vento ha mollato, oggi si va a cercare spugne. Ci troviamo con Majed al porto, il tempo di titare su la vela e si parte, risaliamo contro vento verso nord fiancheggiando l’isolotto di  Grimdi, la feluca è veloce ma soffre lo scarroccio, pesca pochi centimetri per veleggiare sui bassi fondali. Majed è un esperto di questo mare bisogna cercare i canali che la corrente scava sul fondo, la carena sfiora continuamente il fondale e quando canale e vento non collimano bisogna avanzare spingendo con la Karia (pertica). Doppiati un paio di isoltti a nord di Grimdi veleggiamo controcorrente per un’oretta, poi si ancora su un fondo di un metro e mezzo e si va a caccia di spugne. Ce ne sono di vari tipi ma quelle “buone” si trovano dentro i banchi di posidonia e sono difficili da trovare, sono scure, ce ne sono di due tipi praticamente uguali, quelle ricercate si riconoscono al tatto perché sono più morbide e meno viscide. In un’ora ne troviamo solo due, un po’ perché non è ancora la stagione ma soprattutto a detta di Majed per colpa dell’inquinamento dovuto alle piattaforme che facendo scomparire le spugne dal lato orientale di Kerkennah ha spinto tutti i pescatori di spugne in questa zona. Le spugne dice Majed non si uccidono asportandole dal fondo, sono animali ma si coltivano come gli ortaggi, fra un anno dove le abbiamo portate via se non intervengono fattori esterni ci saranno nuovamente delle spugne.
Portate a bordo si sgrossano lavandole e stizzandole ributtando a mare il lattice e piano piano acquistano un aspetto più familiare. È difficile pensare che la spugna sia un animale, ma è proprio così è un organismo animale primordiale senza cervello che assorbe il cibo e si riproduce sessualmente. “Testa di cazzo” a pensarci bene può essere anche un complimento, ma “testa di spugna” no, e pensare che la bestia porosa è metafora perfetta del cervello perfetto, quello che assorbe tutto lo immagazzina e poi lo restituisce e invece è un animale senza cervello.
Il giovane Ouarda ha cambiato idea sul suo futuro, un amico gli ha proposto di andare a lavorare sulle piattaforme petrolifere nel golfo di Gabes, si guadagna bene e si rimane in Tunisia, alla fine questo ragazzo che odia tanto le piattoforme responsabili della” pollution”  che uccide le spugne finirà a bordo del nemico, proprio come uno schiavo al tempo dei pirati che per sopravvivere rinnegava la propria fede e il proprio passato e magari iniziava una nuova vita come corsaro di barberia, ma voi mette’ la differenza fra la vita avventurosa di un filibustiere e quella di un operaio di una piattaforma, magari con una conchiglia gialla stampata sull’elmetto.
Andiamo a vedere una charfia a largo ma è messa male le maglie si stanno sfaldando e le nasse sono rotte, ma nessuno la riparerà. È di Hasdi un ragazzo che abbiamo conosciuto qualche giorno fa, da un paio di mesi ha trovato lavoro come benzinaio a Ramla e ha smesso di fare il pescatore,  un altro segnale di un mondo che va a scomparire.
Torniamo verso terra e  andiamo a fare un giro a piedi sull’isolotto di Grimdi dove vediamo una tomba e una serie di cisterne probabilmente di epoca romana, la cosa buffa è che le rovine sono circondate da reti non a tutela del sito ma a protezione dei montoni per evitare che gli ovini  ci finiscano dentro sfracellandosi. Troviamo resti di mura e una grande macina di pietra lavica quasi sicuramente di origine sicula. Intorno ai reperti ci sono diversi tentativi di scavo opera di   improbabili cacciatori di tesori, ricchezze leggendarie mai ritrovate, da quelle di Annibale che si fermò qui nel 195 avanti cristo quando caduto in disgrazia fu costretto a lasciare Cartagine, a quelle più recenti dei tanti pirati che per secoli hanno frequentato questo mare nascondendo favolosi bottini. Storie romanzate ed esagerate che stimolano a detta di Majed molte persone a intraprendere scavi alla ricerca “dell’oro antico”.
Lasciamo l’isolotto dove nel frattempo sono arrivati tanti aironi scuri e riprendiamo il largo verso ponente, mezz’ora di vela e poi bagno e merenda con le nacchere (pinna nobilis) un tempo molto frequenti anche nel mare Elbano specialmente a Galenzana, qui ce ne sono tantissime e a quanto pare stanno aumentando a causa della diminuizione dei polpi che ne sono i principali predatori,
poi si rientra a favore di vento e di corrente.
In serata andiamo a casa Ouarda dove aiutati da Ali Baba ascoltiamo i ricordi del vecchio Ouarda che ha ottantaquattro anni ma è assai brillante e parla speditamente in siculoarabo. Ci racconta di avventure e battute di pesca del tanto tempo passato sui pescherecci italiani che facevano base a Lampedusa e a Mazzara del Vallo e ci racconta la storia del misterioso gigante italiano arrivato nel ‘38 che si convertì all’islam e imparò l’arabo rimanendo a El Attaya benvoluto da tutti fino alla fine della guerra quando andò via misteriosamente senza dire niente a nessuno. Storie di pesca e di traffici d’armi, i commerci fra la Sicilia e la Libia, l’ombra ingombrante del generale Graziani alla fine della guerra.
Nei primi anni sessanta le autorità tunisine sequestrarono quattro paranze italiane e lui mediò la trattativa fra i militari e i proprietari delle paranze sequestrate e come ricompensa fu imbarcato su uno di questi motopesca d’altura della flotta di Mazara del Vallo.
Pasquale, Carmelo, Beppe, Caloggero, Pino, Antonio… i ricordi affiorano man mano che parla, ci  
ci racconta della gente di Lampedusa che “hanno le stesse facce di quelli di Kerkennah” e ci conferma che a poche decine di miglia da qui su un bassofandale di quattro otto metri giace sul fondo un relitto di una grande nave da guerra della seconda guerra mondiale.
   

Marted?¨ 26 Agosto 2008 Isole Kerkennah ‚Äì Tunisia

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Il Centro Cercina e elbaeumberto in arabo
C’è vento forte oggi si resta a terra, andiamo comunque al porto, il maestrale è fresco e teso tanto che ci vuole il pile, vediamo nascere il sole fra le isole piatte dietro il mare corrugato dalla ventolata, la magia dell’alba si compie e noi torniamo a casa insieme ai pescatori venuti a controllare gli ormeggi.
Chiamo Ferhri Abdelhamid il direttore del Centro Cercina e del museo di Kerkennah che mi da appuntamento per il pomeriggio. Ferhri è un professore universitario che insegna all’università di Sfax, è un kerkenniano doc è lui che ha voluto il centro e il museo e a El Attaya tutti lo stimano. Con un passaggio raggiungiamo Abassya e finalmente al museo incontriamo il professore, è un uomo paffuto e pacifico che ci accoglie con calore ha voluto e costruito questo museo e in questo  momento lo gestisce insieme alla figlia e alla moglie. Le sue ricerche e la passione con cui le espone mi fanno ritornare l’entusiasmo e la voglia di cercare questa unione fra le genti del mediterraneo. Ci tiene a precisare che il museo dedicato a Kerkennah è molto importante ma la cosa più importante è il Centre Cercina Pour les recerches sur le iles Mèditerranèennes la cui sede è qui che è rivolto a tutte le isole del mediterraneo ed in paricolare agli arcipelaghi minori, per unire o meglio riunire le genti del mediterraneo attraverso lo studio delle piccole isole.
Da Gibilterra al Mar Nero le  piccole isole e gli arcipelaghi sono stati i punti di appoggio per congiungere le due sponde del mediterraneo. Fa tanto piacere  leggere dell’Arcipelago toscano e in particolare dell’importanza dell’Elba come snodo e testa di ponte per i commerci antichi e dei  tanti punti che ci legano alle Baleari, alle Isole di Hyères, all’arcipelago Pontino, alle Eolie, alle Egadi a  Malta e Kerkernnah. Si parla delle antiche rotte dell’ossidiana, quella sarda del monte Arci e quella delle Eolie, gli racconto dei siti Elbani e dei proiettili di materiale lavico che ancora oggi si trovano  intorno al villaggio in pietra delle Mure che fu attaccato e distrutto dai siracusani nel 540 a.c.
Ferhri mi dice “ i Corsi e i Kerkenniani sono fratelli e voi siete cugini dei Corsi” la storia di queste Isole è incredibilmente simile e La Galite, dove inschallah andremo a breve, è un’altra preziosa trama di questa intricata rete di comunicazione che ha attraversato in lungo e in largo il mare nostrum  diffondendo tecnologie e terminologie.
“Certo” dice “ogni tanto si facevano anche le guerre ma queste genti soprattutto commerciavano e comunicavano continuamente, molto più di ora e” conclude “ i confini sul mare non esistono”
Mentre prospettiamo migliori scenari futuri mi torna in mente il mitico comandante Corso Giovanni Pomonti che lo scorso novembre nel porto di Bastia quando gli parlavo del viaggio mi disse profetico: “bello, però di questi tempi è difficile, al tempo avanti all’ultima guerra prima che i politici inventassero le frontiere e le dogane bastava anda’, ora no è tutto divieti e paga’ fogli ”.
Nel deumilanove si terrà un’importante conferenza sulle isole minori dove interveranno delegazioni provenienti da tutto il Mediterraneo, nelle relazioni che ho visto si parla dell’Elba e dell’Arcipelago Toscano ma nessuna associazione del nostro mondo insulare ve ne fa parte, mi prendo  l’impegno di inserire la nostra Isola in questo circuito, dovrei avere il giusto canale, qualche giorno fa mi sono proposto al Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano come ambasciatore nel mondo e la Direttrice ha entusiasticamente accettato, questa è la prima occasione per fare qualcosa di concreto, mettere in contatto il Parco con l’Associazione Cercina, una prima staminara per costruire la barca della riscoperta della nostra mediterraneità.
Il tempo scorre veloce, al tavolo si uniscono un anziano professore francese che viene a Kerkennah da più di quarant’anni ed il figlio, la conversazione si sposta sulla storia degli italiani che lavoravano nelle saline di Abassya e sulla vita dei due famosi sindacalisti Farhat Hachet e Habib Achour e il misterioso assassinio di Hachet probabilmente legato alla sempre maggiore autorevolezza di questo personaggio fortemente appoggiato e osannato dalle masse. È ormai buio quando si torna al villaggio e la  giornata si chiude con una grande notizia elbaeumberto è anche in arabo per me è una grande gioia, è un segnale piccolo ma concreto nella direzione della conoscenza e della tolleranza.
   

Luned?¨ 25 agosto 2008 Isole Kerkennah ‚Äì Tunisia

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Fra passato e futuro
Stanotte “ ha piovuto” due gocce ma sono le prime dell’estate.
Ci chiamano dal fumoso cafè davanti alla friggifrati, sono denti d’argento (Lotfy) un tipo rosso e pallido che sembra l’erede di qualche naufrago irlandese convertito all’islam e banque popoulaire (Hermis), prendiamo un thè insieme, l’argomento è il Ramadan, ormai manca poco dovrebbe iniziare lunedì o martedì, per Lotfy che si professa mussulmano non praticante il mese dedicato a Dio è soprattutto una festa, l’Iftar l’interruzione del digiuno diurno quando tutta la gente si ritrova in strada per bere e mangiare dopo aver riposato tutto il giorno è una versione un po’ blasfema ma raccontata con grande sincerità e comunque sempre rispettando chi crede nel valore spirituale del Ramadan ed Eid al–Fitr.
Lascio i due amici e mi ritrovo a girare per i vicoli sabbiosi di El Attaya, è  un mondo romantico e senza tempo che ti avvolge con la sua atmosfera rilassata e serena da villaggio di fiaba, ti cattura con le sue scene silenziose di vita quotidiana che pacate adornano la via illuminandola con sguardi  sereni e gesti di fratellanza. Stesi come panni al sole ci sono i lardi speziati e le viscere di un montone appena macellato, non si butta niente dell’animale ucciso, qui come sui monti dell’Atlas  c’è grande rispetto per il sacrificio della vita come per tutte le popolazioni che vivono a stretto contatto con gli animali, come era per i bisonti degli indiani d’america o per i maiali di casa nostra.
Le case tutte bianche e con il tetto piatto spesso con l’ingresso protetto da un piccolo pergolato di uva si affacciano sul vicolo dove all’ombra delle bianche pareti le donne avvolte nei loro drappi multicolore lavorano sedute su bassi cuscini  riparando le reti da pesca, compito che a Kerkennah spetta tradizionalmente alle donne. Mentre fotografo i bei grappoli di uva matura una donna si alza, raccoglie il grappolo d’uva più grande e maturo, lo lava con l’acqua fresca della cisterna e me lo regala insieme ad un largo sorriso sotto lo sguardo compiaciuto di un’anziana signora con i capelli arancioni di henné. Temo che anche questo vicolo specchio di mondo rituale di silenzio e umanità a breve sarà cancellato per sempre da quello che comunemente si chiama progresso, lo penso mentre incrocio lo sguardo ipnotico di un gatto che sembra leggermi i pensieri.
È ormai sera, andiamo a cercare le tracce dell’antico ponte forse romano che un tempo collegava l’isola di Grimdi con Chergui ma non lo troviamo, su un cumulo di sassi più o meno dove ci dovrebbe essere il passaggio incontriamo invece un variopinto martin pescatore che però non si lascia avvicinare tanto quanto vorrei.
Una “nonna cannone” saluta la nipotina e si avvia verso la feluca dove il marito sta levando gli ormeggi, è forte il contrasto fra l’elaborato abbigliamento tradizionale della signora e quello dell’uomo che potrebbe essere un qualsiasi elbano. Lui spinge la barca con la karia mentre lei scioglie la vela, poi alzano il drappo e piano piano la feluca diventa una macchiolina che si perde verso il mare fra l’isolotto di Grimdi e  quello di Erroumadia. Giriamo per i cantieri fra il porto vecchio e quello nuovo dove giacciono alcuni scafi di barche recuperate dopo naufragi scellerati, sono le dannate barche che portano i clandestini a Lampedusa quelle di cui non si parla mai volentieri. È ormai il tramonto quando arriviamo al Montaza, il ritrovo dei pescatori al porto vecchio, dove abbiamo appuntamento con Ali Baba, ci sono anche Mohamed Ali, Said e Majed. Ali Baba mi dice che il presidente Ben Ali è rimasto deluso dai governanti di Kerkennah, ha destituito  i vecchi amministratori ed ha annunciato grandi progetti per il futuro prossimo di Kerkennah: la costruzione di un aeroporto e il famoso complesso residenziale ecologicoo. Io penso che l’aeroporto sia sicuramente meglio di un ponte, l’Isola rimane comunque Isola ma è importante che gli Isolani siano i protagonisti della propria terra e non facciano solo da coreografia per le multinazionali del turismo. Majed è scettico vuole vendere la feluca e andare in Australia a cercare lavoro perché qui non vede prospettive di futuro a breve e non ha voglia di aspettare, è giovane ma già disilluso, “non vale la pena di lottare” dice, “tanto viene tutto deciso dall’alto e io voglio una macchina e dei bei vestiti”  lo dice con fatica a bocca strinta e con gli occhi bassi come se stesse combattendo con il pirata anarchico che tiene nascosto dentro, ma come direbbe Sandokan Mompracem è ancora viva!
Ci salutiamo dandoci appuntamento al porto domattina alle sei, si va a pesca di spugne con Majed.
   

Domenica 24 agosto 2008 Isole Kerkennah – Tunisia

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Il futuro dei pirati disoccupati
El Attaya si è svuotata, ormai tutti hanno le case vuote ma praticamente tutti stanno costruendo altre case, se va avanti su questi ritmi qui fra dieci anni ci sarà solo cemento.
Il morbo del cemento trova terreno fertile sulle Isole, in verità anche sul continente, ma le realtà insulari questa epidemia la soffrono ancora di più, e più le Isole sono piccole peggio è.
Discorsi banali ma inevitabili, mi trovo spesso a parlare dell’Elba e a fare comparazioni fra le due realtà Isolane e questo è uno dei punti negativi in comune.
Comincio a sentirmi parte di questa comunità di pirati riciclati ad altri lavori, El Attaya  è un paese ricco di occhi scintillanti e di gentilezza, ma la gente si sente schiava degli eventi esterni e l’Isola, che pur essendo in comunicazione con tutto il mediterraneo, ha vissuto la sua secolare indipendenza  protetta dai bassifondali sabbiosi e rimanendo autogestita e padrona della propria storia, ora comincia  a vacillare, piattaforme petrolifere e paranze le girano intorno come avvoltoi marini, così come le tetre  prospettive di blindati complessi turistici, e la gente destabilizzata non trova di meglio da fare che costruire case nella speranza poco convinta di affittare a turisti.
Eppure è un luogo meraviglioso, ricco di bellezza, storia e cultura, basterebbe poco per creare una sorta di paradiso in terra per i suoi abitanti e per il mondo tutto che ne potrebbe godere  come all’Elba del resto, che per me nonostante tutto rimane il paradiso fra i paradisi.  
   

Sabato 23 agosto 2008 Isole Kerkennah – Tunisia

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Sami

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Le pale in fibra di carbonio
Andiamo al porto nuovo dove abbiamo appuntamento con Samir che ha finito il giro con il gruppo dei francesi, incontro Sami che “ritornato normale” (barba lunga e cappellino) si sta preparando per andare a pesca.
La breve stagione turistica di Kerkennah sta finendo e tutti si stanno preparando per la pesca, chi va a ripare le charfia, chi si prepara per andare a calare i tramagli, chi da gli ultimi ritocchi di pennello alle barche.
Con Samir andiamo da Hermis un kekenniano che ora vive in Bretagna, è un tecnico in un’azienda di alta tecnologia che lavora il carbonio, viene qui a rilassarsi un paio di mesi l’anno e ha messo su un piccolo bar spartano ma tecnologico con le luci alimentate da pannelli fotovoltaici e dei rudimentali pedalò che hanno però le pale in fibra di carbonio. Mi parla con entusiasmo del grande progetto che sta seguendo, la costruzione del più grande trimarano in fibra di carbonio che cercherà di battere il record del giro del mondo a vela, si chiama banque poupolaire e verrà varato proprio domani. Mangiamo con loro e poi partiamo alla volta di Ramla, ci da un passaggio un kerkenniano che vive a Kiel nel nord della Germania ma che ha origini italiane, infatti di cognome fa Sassi. Usciti da internet si incontra l’equipaggio di Samir al cafè, dove sul grande schermo, nel disinteresse più totale, scorrono le immagini delle olimpiadi di Pechino. Si ritorna con loro in macchina, scendiamo pochi chilometri prima di El Attaya e camminando lungo la costa incontriamo una grande testuggine morta e poi un gruppo di donne che lavano le pelli di pecora in mare. Stiamo un po’ con loro e poi sulla via del ritorno incontriamo la scassata macchina nera e bianca della polizia che ci invita a salire, un po’ di domande, le solite, e poi appuntamento in caserma per il controllo dei documenti. Questo viaggio desta sospetto fra le divise, è troppo fuori schema, questa volta tutto regolare e nessun problema, però la sensazione è quella che più spieghi e meno sei creduto.