In viaggio
Venerdì 25 Aprile 2008 - Zeida - Marocco
 
Giornata passata in gran parte a internet per cercare di spedire materiale e sistemare alcune questioni relative al Viottolo e al sito del viaggio; e poi al bar dove c’è la presa di corrente, per scrivere col pc. In serata vengo avvicinato da un tipo tutto entusiasta del viaggio col mulo, che ci invita a mangiare nel ristorante gestito dalle sorelle, in realtà più che al viaggio il tipo è interessato a vendere droga e quando capisce come ragiona il Segnini si dilegua, dopo avermi spiegato come organizzerà una serata da “ruina total” per un gruppo di suoi “amici” spagnoli.
  
 
Giovedì 24 Aprile 2008 - Zeida - Marocco
 
Zeida è un paese autogrill, qui si fermano per mangiare i bus e i camion provenienti da tutte le direzioni, ci sono decine di ristoranti tutti uguali che propongono tajine e carne di montone arrosto, anche i ristoratori sono tutti uguali, tanto che sembrano clonati. Ogni tanto ci sono delle scene divertenti come quando da un furgoncino parcheggiato scappa un gregge di pecore che si disperde per il paese. Anche qui è tutto imbandierato perché lunedì passerà il re che è in zona per inagurare una grande diga, è un paese di mercanti, tutti ti chiamano per vendere. Passo la giornata a scrivere qui c’è l’energia elettrica e posso scrivere sul pc, quando fa buio vado a prendere Tambone che avevo legato in un campo, dopo aver chiesto il permesso, e incontro un tipo che mi accusa di avergli messo il mulo nel campo di grano, ma alla fine di una grande discussione che coinvolge una ventina di persone il problema si dissolve e mi dicono che domani posso rimettere il mulo nel campo.
  
 
Mercoledì 23 Aprile 2008 - Aouli - Zeida - Marocco

apparsi dal nulla

umberto e Tambone

gente del deserto

deserto

tenda

villaggio

cespuglio

necropoli?

si fa sera

Oggi sarà una giornata impegnativa c’è da attraversare il plateau arid, sessanta chilometri di deserto di pietra sotto il sole.
Lasciata la zona mineraria vicino il villaggio, la pista si perde in mille viottolini, seguendo il consiglio di Said taglio salendo il crinale più alto, sembra di essere dentro un mondo di carta stagnola tutto riflette, ma non è un vero deserto, ci sono piccoli cespugli e tanti piccoli papaveri arancioni. E’ una zona ricchissima di minerale, di tanto in tanto ci si trova sopra a filoni in superficie, incontriamo un branco di asini che sembrano selvatici ci sono tanti piccoli e femmine gravide, dopo un paio di ore il primo incontro un pastore, ci vuole mandare indietro, i sentierini tagliano sinuosi per colline e depressioni in un panorama uniforme e senza sbocchi apparenti, per fortuna che ieri dalla montagna ho visto tutta la zona. Vediamo la prima tenda di nomadi e poco dopo una trincea di scavo con cristalli gialli, dopo poco si incrocia la pista principale dove c’è un camion che stà andando al souk di Midelt, l’autista è di Zeida e mi da una serie di informazioni sul percorso. Ancora un’ oretta e poi incrocio, dove ci lasciamo a destra, le strutture di un’altra miniera circondata da case fantasma. Camminiamo lungo una pista rettilinea dove c’e un po’ di verde e Tambone ne mangia i ciuffi continuamente, si avanza in un deserto di roccia con ciuffi di fienelli e ogni tanto qualche traccia di scavo. Su un cumulo dove sembra non ci sia niente appaiaono due donne e un bimbo, sono stupite e divertite nel vederci e ci invitano a rimanere lì, Zeida è Yagug (lontana), bzef!! (troppo), tafut (sole), non capisco dove abitano, non c’è niente apparte un monte di detriti, le donne hanno il mento tatuato con una linea verticale che parte dal labbro inferiore e termina al centro del mento e due linee puntinate di fianco, prima di salutarci ci chiedono di fotografarle, è un cosa che piace tantissimo, queste foto non le vedranno mai perché qui non c’è indirizzo ma piace l’idea di poter viaggiare anche se solo come immagine. Fa caldo, ma siamo organizzati bene con acqua e the, si prosegue lungo un infinito rettilineo dove nel punto più verde incontriamo una mandria di mucche, finalmente alle nostre spalle sparice la montagna di Aouli, in realtà un altopiano, arriva la deviazione per “barage” , un pastore ci conferma che siamo sulla via giusta, poi troviamo una zona di giunchi dove ci sono due accampamenti di pastori, l’Ayachi è sempre nel solito punto, ma lo sfondo a nord scorre e le nuove montagne si avvicinano. Un pastore con figlio ci dice che mancano 20 km al godron (la strada asfaltata) per essere sicuro che abbiamo capito, telefona al fratello che parla francese che ci conferma la distanza. Con il calare della sera è uscita anche un po’ di brezza, incontriamo un cimitero nel deserto fra grandi rocce granitiche , sembra una necropoli antica, ma in realtà è difficile capire perché anche le sepolture recenti sono fatte alla stessa maniera. La pista è diventata larga, a sinistra in lontananza si vede la polvere dei camion che vanno alla grande diga, poco dopo incontriamo il primo villaggio e un pastore che ci vuole ospitare, cala il sole quando incontriamo i primi piloni dell’elettricità, in una pozza vediamo un gruppo di tartarughe. E’ notte quando raggiungiamo l’asfalto, questa è un arteria importante per i trasporti marocchini. A nord vediamo le luci di Itzer e a sud di Zeida, la nostra meta che ormai dista solo cinque chilometri, che però sono i più antipatici e pericolosi per il buio ed il traffico. Entriamo nel centro di Zeida che sembra Las Vegas è un altra dimensione, luci, musica e tanta gente, lungo la via centrale ci sono decine di ristorantini che grigliano carne di montone, sono le dieci abbiamo percorso i sessanta chilometri previsti, ci fermiamo nel primo alloggio che troviamo, sistemiamo Tambone che nel frattempo si è spolverato il basilico dell’aiola poi si mangia e si va al cyber.
  
 
Martedì 22 Aprile 2008 - Aouli - Marocco
  

colline

agata

fioritura

Vista

iguana

colori

papaveri

frutteto

Lasciamo il villaggio all’arrivo del sole e iniziamo a salire verso la montagna di Aouli, il massiccio principale e preceduto da una serie di piccole colline di roccia verde, ci sono tanti affioramenti di minerali, Malachite, Azzurrite, Agata, Quarzo e qualche cespuglio di ginestra. Il massiccio ha rocce simili alla Cattedral, si sale ripidamente e in breve tempo siamo sotto una parete verticale che precede la vetta, nelle fenditure ci sono numerosi nidi fra cui uno di falco pellegrino. Il viottolino friabile che porta sotto la parete nursery è puntellato di piccoli papaveri viola, fra le rocce c’è una fenditura che porta sulla vetta, superiamo il passaggio impegnativo e poi un tratto affacciato nel vuoto reso più stabile dalle “corde contorte” dei cespugli di rosmarino e finalmente la vetta che in realtà è un altopiano che si tronca improvvisamente verso il fiume. Dalla “spianata” la vista è favolosa, sotto di noi l’oasi e il villaggio, a est la stretta e profonda gola rossa che scompare serpeggiando verso il deserto, mentre a ovest lo sguardo si perde nelle vette innevate della catena dell’Ayachi dopo aver incrociato le miniere di Aouli, Mibladen e il lontano abitato di Midelt, più a nord il sole si specchia nell’ arido e metallico deserto di piombo che attraverseremo domani, poi piccole montagne colorate e oltre, confuse nella foschia, le vette del medio Atlas. Siamo avvolti dal silenzio c’è solo il fruscio del vento che muove i fienelli, fra le rocce scorgo un grosso rettile a metà strada fra una lucertola e un iguana che si fa fotografare tranquillamente. Attraversiamo un tratto di altopiano e poi iniziamo a scendere un viottolino seguendo le tracce delle capre che stanno pascolando più in basso custodite da un pastore che ci tiene sott’occhio. E’un pastore nomade che si sta spostando con il gregge, mi offre l’acqua e mi accompagna per un tratto indicandomi una via altrimenti invisibile che conduce a una fontana scura circondata da rosmarino, che sbuca improvvisa nella distesa di roccia, sembra di essere nella canzone del servo pastore, come se De André sia passato da qui scendendo dal Supramonte.
Nel terreno spunta tanta Agata e grandi blocchi scuri di rocce vulcaniche apparentemente identiche a quelle dell’Etna e poi grandi accumuli multicolori di quarzo. Riattraversiamo le colline roccia verde e poi si entra nell’oasi. E’ un’oasi con forme e profumi familiari, ci sono tanti albicocchi, peschi e olivi e campi di grano arrossiti dai papaveri, sotto i frutti c’è un complesso reticolo di canali di irrigazione e un’infinità di piccole chiuse per regimarne le acque. Le piante sono stracariche di frutta purtroppo ancora acerba, accanto al fiume gli ontani e le canne prendono il posto del frutteto e vengono usati per fare i travi e i cannicciati per i tetti delle abitazioni.
Il sole è già tramontato quando vado a prendere Tambone che è stato tutto il giorno a pascolare vicino al fiume del villaggio, ma lego male la sella e tombolo giù a fava sotto lo sguardo divertito di tutto il paese.
 
Lunedì 21 Aprile 2008 Mibladen – Aouli - Marocco

terra rossa

vecchie miniere

rane

fiume

case

quarzo

oasi

Siamo chiusi a chiave nella casa fortezza, il vento è calato e c’è il sole però i padroni di casa dormono. I fratelli hanno chiuso a chiave tutte le porte, anche quella della loro camera. Finalmente si esce, Tambone è iper agitato per il vento, è schizzato, scalcia, non ne vuole sapere del tagrart. Carchiamo alla meglio, salutiamo i due generosi ladroni e ci avviamo sulla strada per Aouli.
Per fortuna è una bella giornata e non c’è il vento di ieri, la strada è godronata, attraversa un paesaggio arido di colline rossastre dove ogni tanto si incontra qualche pastore, man mano che si scende il vento scompare, lungo la strada scorre un torrente dove cantano numerose le rane. Ogni tanto si vede qualche galleria e discarica di miniera abbandonata. La strada scende sinuosa fra le gole aride, dopo tre ore di cammino incontriamo il oued Molouya, confine geografico dei nomadi dell’Atlante. Il fiume è ricco d’acqua, lo attraversiamo su un vecchio ponte di travi di legno che risale ai tempi della miniera, poi proseguiamo lungo l’altra sponda. È una gola alta e molto suggestiva, le montagne sono formate da rocce stratificate in cui si individuano bene i filoni dei minerali, lungo le sponde del fiume sono numerosi i tamerici, ci sono anche piante di capperi. Continuiamo lungo il corso del fiume dove si vedono numerosi piccoli pesci. Dopo un’oretta di cammino iniziamo a trovare le prime case di questo villaggio abbandonato. Ci sono decine di case in pietra semi distrutte che salgono sulla montagna come in un presepe diroccato, in tutto questo abbandono spicca il cartello pubblicitario di un’aranciata dai colori brillanti. Un cane sopra un pilastro di cemento ci accoglie all’ingresso del centro di quella che un tempo veniva chiamata la piccola Parigi. Le strutture della miniera sono imponenti ed estese su un area di diversi chilometri, nel centro del paese c’è un grande ponte in ferro alto una ventina di metri che attraversa il fiume e collega le gallerie che si sviluppano sui due lati, con la torcia entro in quella a nord che nell’aspetto ricorda il livello di – 54 del Ginevro, è molto ampia e dentro ha una estesa ferrovia che si perde nel ventre della montagna. Il paese è praticamente disabitato, qui all’inizio degli anni ottanta vivevano più di diecimila persone richiamate dalle miniere di piombo, fa impressione vedere dal nulla apparire questo agglomerato di “modernità abbandonate”, negozi, il cinema, la centrale telefonica, viali alberati, giardini, tutto in degrado, ci sono decine di porte blindate e saldate, su entrambe le sponde del Mouloya tante case inghiottite da una vegetazione anomala di piante importate come i pergolati di vite che testimoniano la presenza francese. Si lascia il fiume, la strada sale fra grandi colline di scarti minerari e regala grandi paesaggi. Troviamo una montagna bianca, in alto il villaggio di baracche dove viveva gran parte della manovalanza marocchina. Sotto come in un miraggio, intorno ad un ansa del Mouloya una grande macchia di verde intenso nel deserto di pietra, e a fianco il piccolo villaggio di Aouli dominato da una grande kasbak degradata. Il villaggio esisteva prima della miniera e gli è sopravissuto con una popolazione dimensionata ai prodotti che riesce a fornire l’oasi. Sembra un posto fuori dal tempo, armonico e vivo con le donne che lavano al fiume e gli asini che vanno e vengono fra l’oasi e il villaggio, tutto dominato alle spalle da una montagna magica, di rocce verdi e rosse, domani ci fermiamo qui è un posto che merita di essere conosciuto bene. Ci viene incontro Said offrendoci ospitalità, facciamo un giro nel villaggio avvolto nelle ombre lunghe della montagna che ora è diventata rossa nell’ultima luce del giorno e poi andiamo nella casa dove ci stanno aspettando. E’ una casa grande con una corte interna che ha un piccolo giardino, le mura sono di fango e paglia e il tetto di argilla poggia sui travi ricavati dagli alberi dell’oasi. Alì, il figlio maggiore, è un ragazzo di 23 anni che in casa viene venerato come un semidio perché conosce il francese, il tedesco e l’inglese, ha un cervello vivace, raccoglie l’agata sulle montagne qui intorno per conto di un tedesco che lavora le pietre a Monaco di Baviera, ne raccoglie 20 quintali, poi fa venire qui un camion e porta il bottino a Marrakech. Mi parla con orgoglio dell’identità Berbera, dell’antichissima scrittura Tamasir: “Questo è un anno estremamente importante per la gente perché per la prima volta nella storia del Marocco nella scuola si insegnerà la lingua Tamasir e la vera storia del Marocco, non quella degli arabi scritta dagli arabi, la storia del popolo nomade che da sempre abita il Marocco” dice “il problema è che i berberi non andavano a scuola perché avevano da lavorare e gli arabi sono diventati i padroni del paese con un’ amministrazione scritta e gestita in arabo e insegnando una storia di parte, ma grazie ai berberi che hanno studiato e sono arrivati vicino al potere oggi si riscrive la storia e gli arabi sono obbligati a conoscere la nostra storia, e allora tutto cambierà“ afferma fiero.
Mi viene in mente la cena fatta un mese fa ad Anarghi con una coppia di Marocchini Arabi di Casablanca, contrariati per questa novità scolastica che secondo loro avrebbe creato solo confusione e rallentamenti nella scolarizzazione del paese.
  
 
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