I mangiatori del cercina Comincio a essere insofferente ho voglia di visitare perbene quest’arcipelago e poi continuare il viaggio ma i lavori arretrati sono ancora tanti. Ogni giorno è più caldo, nelle ore centrali la temperatura supera abbondantemente i quaranta gradi. Anche i kerkenniani si lamentano e cercano di starsene fermi e rintanati, mentre i turisti, quasi tutti tunisini, passano le giornate a bere birra e a mangiare al cercina, il ristorante in riva al mare, diventando ogni giorno più grassi. Il tramonto è sempre il momento più bello, stasera me lo godo da dentro il mare che, ingoiato l’astro, passa dall’arancio al viola in un attimo per poi divenire piano piano un’immobile lastra nera.
Mercoledì 30 luglio 2008 Isole Kerkennah – Tunisia
Il mare vivo Stamani la baia è in secco più del solito, si vedono anche le ancore delle barche ormeggiate più a largo, il pensiero va allo tzunami e a cosa succederebbe se arrivassero su queste isole assolutamente piatte una serie di grandi onde anomale, magari causate da un terremoto nella vicina Sicilia. Poi la marea inizia a salire e sale tanto di più rispetto al solito: è arrivato il mare vivo, è la prima volta da quando siamo qui. Normalmente la marea ha un’escursione di un ottantina di centimetri ma quando c’è il mare vivo può superare anche i due metri. È un fenomeno legato ad una serie di fattori, la luna, le correnti, ma soprattutto il vento, quando soffia da nord-nord ovest il mare comincia a salire e sembra che voglia inghiottire tutto, arriva fino al limite della case costruite per i turisti, mentre i villaggi sono stati saggiamente costruiti più all’interno. Il mare vivo è un po’ il limo dei pescatori perché porta verso terra il pesce e rende ricco di vita animale un mare altrimenti quasi sterile. In serata ritorniamo a Ouled Kacem per cercare uno studio, così qui viene chiamato un piccolo alloggio, ma si trovano solo case grandi. Anche qui è arrivato il morbo del cemento e tutti stanno costruendo all’impazzata, decine e decine di cubi di cemento che crescono da tutte le parti nella speranza di ospitare turisti, un’urbanizzazione senza regole che sta rovinando l’architettura semplice ed elegante da presepe di mare del villaggio. Fathy è amareggiato per non essere riuscito a trovare quello che cercavo, gironzoliamo per il paese che la sera prende vita con la gente sta a veglia ai bordi della via su sedie e materassi in un clima di grande rilassamento e poi solita camminata notturna per attraversare l’Isola. Arriviamo con il mare vivo che fa capolino dal muretto proteggi casa.
Martedì 29 luglio 2008 Isole Kerkennah – Tunisia
La maledizione di Kerkennah Un’altra giornata pigra passata a leggere e scrivere, con un’ormai rituale pausa mangereccia per il Thschish, una minestra di polpo e semola di grano grezzo. In serata andiamo al villaggio per incontrare Fathi che ci ha trovato una casa. Ci incontriamo vicino al porticciolo, si parla un po’ di tutto e si sta bene, però la casa non c’è, quindi ce ne torniamo alla casina dietro il fico di Sidi Frej. Lungo la strada incrociamo più volte una moto stradale potentissima che viene lanciata sul rettilineo ogni volta un po’ più forte, alla guida c’è un ragazzo senza casco. Gli incidenti stradali sono la maledizione di Kerkennah ogni notte ci scappa un morto, motorini senza fari, macchine sfasciate guidate da briachi e soprattutto motociclisti sempre senza casco che si sfidano sui rettilinei asfaltati sporchi di sabbia e polvere.
Lunedì 28 luglio 2008 Isole Kerkennah – Tunisia
Fathy il gigante Ogni giorno è più caldo e andare in mare non serve a rinfrescarsi anzi l’acqua è talmente calda che mentre nuoti sudi. Sulla riva mi attende una signora dagli occhi celesti che tutte le mattine mi saluta e mi chiede con fare tipicamente Isolano “quando partite” qui i turisti normalmente stanno due o tre giorni e noi cominciamo a “puzzare” e poi io col fatto che sto quasi sempre a scrivere desto sospetto. Passa Fathi e ci mettiamo a chiacchierare, lui è un pescatore di polpi specialista di nasse e “gourgoulette” anforette (stile quelle che usava il soldatino in Galenzana), ma la pesca al polpo è ferma inizierà a fine settembre e in questo periodo di stanca ha spostato la sua Feluca da Ouled Kacem a Sidi Frej per vedere di rimediare qualche soldo accompagnando i turisti. Fa soprattutto giretti di qualche ora portando la gente a fare il bagno a largo dove c’è un minimo di fondo, oppure una gita più lunga fino alla spiaggia detta delle mille palme. Fathi è un gigante, ce ne sono tanti sull’Isola, probabilmente perché i corsari insulari tenevano con se i prigionieri più robusti per farne preziosi alleati come vogatori durante le scorrerie. La storia di queste terre è strettamente legata alla pirateria che è stata la principale attività e soprattutto la maggiore fonte di reddito fino agli inizi del 1800 e i Bey che reggevano il potere in Tunisia tolleravano e in pratica appoggiavano le scorrerie barbaresche, forti del fatto che portavano cospicue entrate alla nazione, (come succede oggi in Marocco con il kif). Infatti quando la Tunisia pressata dalle richieste degli stati europei dichiarò fuorilegge la pirateria nel 1816 e successivamente nel 1846 la schiavitù, ci fu un tracollo economico e la nazione finì in bancarotta. Sono affascinato dalle tante facce di Kerkennah e per carpirne meglio le tante sfumature mi voglio trasferire per qualche giorno in un villaggio.
Domenica 27 luglio 2008 Isole Kerkennah – Tunisia
Pensieri senza limiti Nel pomeriggio andiamo a vedere El Ataya il paese con più abitanti delle isole Kekennah dove ci sono i cantieri piu importanti dell’Isola, è un giorno di festa però i cantieri non si fermano mai. Sono cantieri silenziosi, niente a che vedere con i capannoni e le gru, le barche vengono costruite all’aperto dietro la spiaggia con le tecniche tradizionali, i tronchi che vengono portati dal continente sono di legno di olivo (alberi secchi o comunque improduttivi perché un uomo saggio non ucciderebbe mai il sacro olivo per farne una barca) e di eucaliptus, vengono segati e modellati nelle forme tradizionali delle feluche o dei più moderni motopesca e infine pitturati con i colori sgargianti del mare e del sole. L’arcipelago di Kerkennah ha circa quattordicimila abitanti e duemila imbarcazioni, circa una scafo a famiglia, la stessa proporzione che c’era nell’Eba preturistica fra abitanti e asini. Si potrebbe dire che il mare sta a Kerkennah come la campagna all’Elba, o come il polpo alle vigne, oppure come la barca all’asino, solo che quando si parla di Kerkennah si parla al presente, mentre dell’Elba al passato (o forse al futuro). Osservando l’abilità dei maestri d’ascia, che mi ricorda quella degli scalpellini Sanpieresi , penso che ci si potrebbe avvalere di loro per ricostruire la nave da carico di epoca Romana che porterà una colonna di granito da Cavoli a Roma, una della cose che inschallah farò qundo tornerò stanziale all’Elba. Arriviamo nel piccolo porto di El Attaya, il vento mette fame e ci fermiamo nel cafè sul porto per mangiare un brik, ci avvicina un omone che ci invita a prendere un thè con i suoi amici. Si chiama Samir, mi trovo a condividere i pensieri che mi frullavano nel capo, l’Isole e gli Isolani del mediterraneo e del mondo, le nostre caratteristiche di apertura mentale e orsaggine formale di cui siamo tanto fieri, il vezzo di dividere il mondo in Isole e continenti e le genti in Isolani e continentali; le nazioni, i linguaggi, le religioni e la politica vengono dopo. Isolati sì, ma miscelati e bastardi, navigatori, mistici, fuggiaschi, dissidenti e corsari, un cacciucco di individui diversi abituati a osservare un orizzonte senza confini dove stendere pensieri senza limiti sul mare infinito e mai uguale. E penso all’Elba, dove le menti si sono inquinate di soldi e chiuse in confini continentali che non ci appartengono, dove si guardano i grafici e non si guarda più il mare, dove si ha paura di tutto e non ci si vuole adattare a niente. Il tempo scorre veloce chiacchierando e in un attimo arrivano le undici, abbiamo appuntamento con Fathi a Ouled Kacem per la cerimonia finale del matrimonio. Ci accompagnano Samir e Sami un ragazzo di El Attaya che c’ha la macchina, una scassatissima R5 che farebbe schifo anche a zio Ciro. Fathi ci stava apettando, è tutto orgoglioso e ci presenta amici, ci spiega come si svolgerà la cerimonia e ci mostra il doppio trono dove si siederanno gli sposi. Arriva “il folklore” con cinque musicisti poi i parenti stretti e finalmente i festeggiati, la sposa è irriconoscibile, da bimba minuta e velata si è trasformata in una vamp, tutta scollata e luccicante come una topona del carnevale di Rio de Janero. Come da copione c’è la telecamera e l’immancabile fotografo spaccacoglioni alla Cetica che tortura gli sposi e tutto il parentato con un ventaglio di plastica e un mazzo di fiori finti obbligandoli a pose demenziali e accecandoli a colpi di flash. Ogni paese ha le sue usanze, come in tutte le Isole c’è un gran campanilismo o “minarettismo” che sia e Samir schifa i matrimoni di Ouled Kacem dicendo che è solo un ostentare vestiti mentre a El Attaya è tutto più semplice ma molto più spontaneo. La festa andrà avanti fino all’alba fra canti balli e bevute ma noi rientriamo approfittando del passaggio che ci ha offerto Sami, lasciando la sposa ormai agonizzante a sciogliersi sotto i colpi di flash del fotografo.