Ultimo tramonto di Kerkennah Sono grato a Kerkennah e alla sua gente per i tanti insegnamenti, fra le tante cose ho conosciuto le le feluche a vela latina, le avevo viste solo nelle vecchie stampe in bianco e nero e sentite raccontare, invece ora le conosco e so portare una barca con la vela latina, l’imbarcazione degli antichi. È successo un po’ come per l’asino e per il mulo in Marocco, la feluca del passato immaginato è diventata una compagnia del quotidiano vissuto, tracce di un passato sfuggito per sempre e inaspettatamente ritrovato così lontano da casa. Un amico ci ha prestato una piccola barca e ne approfittiamo per andare a vedere la grande charfia sulla punta nord di Kraten considerata la zona più pescosa dell’Isola. C’è una corrente molto forte e risalirla a remi è veramente impegnativo, intorno alla punta c’è un fondo sui tre metri, per Kerkennah queste sono acque profonde, qui nei pressi del capo con il movimento delle maree si creano delle correnti violentissime, dei veri e propri torrenti dentro il mare. Tutto è condizionato dalle correnti, la navigazione e l’orientamento delle charfia, con queste condizioni si vede bene come il pesce venga convogliato dalle pareti di reti e fronde di palma nel punto di massima corrente per poi essere definitivamente imprigionato nelle nassa alla fine del canale trappola. Charf vuol dire onore e la Charfia per un kerkenniano rappresenta l’onore della famiglia, un qualcosa che viene dal passato da conservare con cura perché permette alla famiglia di vivere decorosamente. Le charfia vengono tramandate di padre in figlio, quelle più grandi come questa appartengono a più fratelli, vengono manutenzionate costantemente, ma il lavoro grosso di ripristino si fa a fine settembre quando si sostituiscono i legni consumati dal mare. Mentre doppio la punta ci godiamo l’ennesimo spettacolare tramonto kerkenniano forse il più bello di tutti, è l’ultimo di questa lunga permanenza in questo arcipelago. Ormeggiata la barca ci ritroviamo con Sami, Samir e Mafud e quattro bretoni alla spiaggia di Beljem per una grigliata di pesce in riva al mare che chiude degnamente la giornata.
Sabato 30 agosto 2008 Isole Kerkennah - Tunisia
"Na razza inteligente e tremenda" La nostra permanenza a Kerkennah sta per finire, lunedì mattina si riprende il traghetto, è stato un periodo lungo e statico, perlomeno rispetto al resto del viaggio, ma pieno di emozioni e continui riferimenti all’Elba e al suo arcipelago. Mi sono sentito accolto dalla gente di Kerkennah e parte di questa comunità insulare, mi immalinconisco a salutare volti e voci che stanno diventando familiari e con loro le tante storie di queste isole, storie che raccontano di navi cristiane incagliate negli insidiosi bassi fondali di questo mare, di marinai tratti in salvo dai Corsari locali accolti come fratelli e invitati a iniziare una nuova vita come pirati di barberia. Mi sono sentito coinvolto e parte in causa dei tanti problemi che poi sono i soliti delle Isole: carenza idrica, edilizia selvaggia, abbandono dell’agricoltura, fuga di cervelli, un senso di sconfitta mal celato che aleggia nell’aria. La realtà è che i bassofondali sabbiosi che per secoli hanno protetto Kerkennah nel suo limbo anarchico, non ce la fanno più a difendere le isole piatte dall’attacco del consumismo, il modello imperante non si insabbia sulle secche e il privilegio della propria autonomia diventa un limite. Lo conosco bene questo senso di frustrazione, è nella genetica di ogni isolano che subisce quella che io chiamo la parabola delle piccole Isole, in origine belle libere e povere che poi si trasformano, rimangono sempre piccole ma diventano meno belle un po’ più ricche e molto meno libere. Sono sempre più convinto che la forza di reagire le isole, soprattutto le piccole isole, la debbono trovare nella loro unione, perché come diceva Aristide “l’isolani so na razza inteligente e tremenda” il problema è che so’ sparpagliati e divisi (isolati) sono convinto che l’unione degli insulari può far nascere qualcosa di veramente importante per gli Isolani in primis e poi anche per il mondo tutto. Qui a El Attaya trovo terreno fertile quando parlo di queste cose anche se si parla una lingua tutta nostra fatta di parole italiane, francesi, arabe, gesti e disegni nella sabbia, ci si intende alla grande. Sarebbe proprio bello realizzare concretamente un gemellaggio fra l’Elba e Kerkennah e niente meglio di una visita scambio fra bimbi delle due isole lo potrebbe sancire, è complicato ma si può fare. Con Samir e “Kunta Kinte”(il preside della scuola di El Attaya) su Kerkennah ho un riferimento eccellente per “Base Elba” dieci giorni a Kerkennah ospiti delle famiglie dei loro coetanei con tre giorni in feluca bivaccando con le tende sugli isolotti, Samir referente per le escursioni ed il preside per organizzare la logistica con la scuola e le famiglie. Ora viene la parte più difficile quella operativa l’importante sarà non arrendersi davanti alle tante difficoltà. In serata vado a salutare Ali Baba domattina parte per Sousse dove lavora come veterinario, ancora qualche anno poi ritornerà definitivamente sull’isola natia. Mi racconta anche del suo soggiorno di quattro mesi a La Galite per studiare le capre isolane per conto del governo, di quanta pace e quanto tempo per pensare aveva e nonostante i tanti aspetti belli, di quanto gli pesasse quell’isolamento così prolungato, a differenza del guardiano dell’isola che lì viveva sereno e non aveva altro desiderio se non quello di restare lì senza dover rendere conto a nessuno. Ci salutiamo con l’intento di rimanere in contatto e rientriamo camminando lungo gli ormai familiari vicoli sabbiosi.
Venerdì 29 agosto 2008 Isole Kerkennah – Tunisia
Il mostro d’acciaio e il sogno arabico Giornata calda e appiccicosa, un clima che preoccupa in vista del ramadan ormai prossimo. Andiamo al porto nuovo dove è approdata una grande paranza che in questo contesto ha le sembianze di un mostro d’acciaio soprattutto se paragonato alle eleganti feluche di legno che veleggiano pigre nella brezza della sera. La pesca a strascico è la nemica giurata dei pescatori costieri, qui come all’Elba e qui come da noi questa pesca che devasta i fondali nell’indifferenza anzi sotto la protezione di chi controlla la pesca. I pescatori di Kerkennah sono arrabbiati perché l’equivalente della nostra capitaneria di porto è giustamente molto severa con loro nel rilasciare licenze di pesca e nel controllare che non si peschi con le “reti giapponesi” (reti di plastica a maglie molto piccole), ma ignora i grandi motopesca che rastrellano il fondo distruggendo le praterie di posidonie e con loro la vita di questo mare e il lavoro di questa gente che da secoli si barcamena fra flussi di correnti e maree rispettando i cicli riproduttivi di questo delicato ecosistema marino. Il sole pone spettacolare come sempre dietro le cataste di gourgoulette (piccole anfore per la pesca del polpo) che fra un mese verrano calate sui bassi fondali per catturare i tentacolati molluschi ripetendo una pesca che va avanti dal tempo dei fenici. Stasera siamo a cena dalla mamma dei fratelli Ouarda, che vive separata dal marito in una casa vicino al porto. È buio buio, quello vero senza illuminazione artificiale ma il viottolo si vede bene perché è bianco e la luce delle stelle è più che sufficiente per illuminarlo, però bisogna stare all’erta con l’udito, ogni tanto passano le biciclette che non si vedono (perché qui anda’ in giro con la luce è considerato umiliante) e quando si sente il rumore delle ruote sulla terra si salta di fianco. Mangiamo all’aperto sotto le palme, pesce arrosto e uva della pergola, di “razza italiana” precisa orgoglioso Ali Baba. Le mamme sono tutte uguali Fatima è in ansia per Mafud l’altro fratello Ouarda che è in volo per il Kuwait dove insegna francese e vive con la famiglia. Vi si è trasferito da qualche anno e con i guadagni si è costruito una grande villa sull’isola natale che però si gode solo per le vacanze. Finalmente arriva la telefonata e la signora ringrazia allah e si rilassa. Ormai per la gente del Magreb l’europa è la meta dei disperati, la nuova terra promessa è la penisola arabica, le persone che hanno una qualifica o comunque un mestiere ambiscono ad andare in Arabia Saudita o meglio ancora in Oman, in Kuwait, in Barhein, Qatar, dove un lavapiatti guadagna quattro volte più che un dottore in Tunisia e otto volte più che in Egitto. Gli arabi “puri” preferiscono personale mussulmano e disponendo di capitali pressoché illimitati ricompesano con stipendi da favola. Prima di accomiatarsi come da tradizione si beve l’acqua fresca della cisterna simbolo di purificazione e buonaugurio e poi si ritorna al villaggio dalla pista bianca facendo attenzione alle sibilanti biciclette.
Giovedì 28 agosto 2008 Isole Kerkennah – Tunisia
Elbaeumberto e google analytics Internet è un mondo che fa paura per quanto ti entra dentro e ti controlla ma è anche un incredibile concentrato di informazioni anche forse soppratutto nel dietro le quinte. Prendendoci un po’ di confidenza ti rendi conto che tutto quello che fai con questo strumento è controllato e che una parte di questo “potere “ ti viene concesso e in piccola parte anche a te permette di controllare. Come google analytics con cui guardo le statistiche del sito di elbaeumberto per vedere il numero delle visite, il tempo di permanenza, il numero di pagine visitate ect. La cosa che mi incuriosisce di più è cercare di capire da dove arrivano le visite, in Italia Milano e Roma sono i centri che danno più visite, ma anche Firenze e Napoli, ma la cosa più curiosa sono i piccoli centri che a volte riesci a collegare a persone conosciute e questo vale ancora di più per l’estero, i quindici marocchini affezionati credo di sapere chi siano, così come i contatti con la Cina che sono durati giusto il tempo delle olimpiadi, più misteriosi gli svedesi, gli americani, i brasiliani e l’unico giapponese. Comunque in questo momento ci seguono da quindici paesi e la cosa mi fa un po’ impressione.
Mercoledì 27 agosto 2008 Isole Kerkennah – Tunisia
L’animale senza cervello e il misterioso gigante italiano Nella notte il vento ha mollato, oggi si va a cercare spugne. Ci troviamo con Majed al porto, il tempo di titare su la vela e si parte, risaliamo contro vento verso nord fiancheggiando l’isolotto di Grimdi, la feluca è veloce ma soffre lo scarroccio, pesca pochi centimetri per veleggiare sui bassi fondali. Majed è un esperto di questo mare bisogna cercare i canali che la corrente scava sul fondo, la carena sfiora continuamente il fondale e quando canale e vento non collimano bisogna avanzare spingendo con la Karia (pertica). Doppiati un paio di isoltti a nord di Grimdi veleggiamo controcorrente per un’oretta, poi si ancora su un fondo di un metro e mezzo e si va a caccia di spugne. Ce ne sono di vari tipi ma quelle “buone” si trovano dentro i banchi di posidonia e sono difficili da trovare, sono scure, ce ne sono di due tipi praticamente uguali, quelle ricercate si riconoscono al tatto perché sono più morbide e meno viscide. In un’ora ne troviamo solo due, un po’ perché non è ancora la stagione ma soprattutto a detta di Majed per colpa dell’inquinamento dovuto alle piattaforme che facendo scomparire le spugne dal lato orientale di Kerkennah ha spinto tutti i pescatori di spugne in questa zona. Le spugne dice Majed non si uccidono asportandole dal fondo, sono animali ma si coltivano come gli ortaggi, fra un anno dove le abbiamo portate via se non intervengono fattori esterni ci saranno nuovamente delle spugne. Portate a bordo si sgrossano lavandole e stizzandole ributtando a mare il lattice e piano piano acquistano un aspetto più familiare. È difficile pensare che la spugna sia un animale, ma è proprio così è un organismo animale primordiale senza cervello che assorbe il cibo e si riproduce sessualmente. “Testa di cazzo” a pensarci bene può essere anche un complimento, ma “testa di spugna” no, e pensare che la bestia porosa è metafora perfetta del cervello perfetto, quello che assorbe tutto lo immagazzina e poi lo restituisce e invece è un animale senza cervello. Il giovane Ouarda ha cambiato idea sul suo futuro, un amico gli ha proposto di andare a lavorare sulle piattaforme petrolifere nel golfo di Gabes, si guadagna bene e si rimane in Tunisia, alla fine questo ragazzo che odia tanto le piattoforme responsabili della” pollution” che uccide le spugne finirà a bordo del nemico, proprio come uno schiavo al tempo dei pirati che per sopravvivere rinnegava la propria fede e il proprio passato e magari iniziava una nuova vita come corsaro di barberia, ma voi mette’ la differenza fra la vita avventurosa di un filibustiere e quella di un operaio di una piattaforma, magari con una conchiglia gialla stampata sull’elmetto. Andiamo a vedere una charfia a largo ma è messa male le maglie si stanno sfaldando e le nasse sono rotte, ma nessuno la riparerà. È di Hasdi un ragazzo che abbiamo conosciuto qualche giorno fa, da un paio di mesi ha trovato lavoro come benzinaio a Ramla e ha smesso di fare il pescatore, un altro segnale di un mondo che va a scomparire. Torniamo verso terra e andiamo a fare un giro a piedi sull’isolotto di Grimdi dove vediamo una tomba e una serie di cisterne probabilmente di epoca romana, la cosa buffa è che le rovine sono circondate da reti non a tutela del sito ma a protezione dei montoni per evitare che gli ovini ci finiscano dentro sfracellandosi. Troviamo resti di mura e una grande macina di pietra lavica quasi sicuramente di origine sicula. Intorno ai reperti ci sono diversi tentativi di scavo opera di improbabili cacciatori di tesori, ricchezze leggendarie mai ritrovate, da quelle di Annibale che si fermò qui nel 195 avanti cristo quando caduto in disgrazia fu costretto a lasciare Cartagine, a quelle più recenti dei tanti pirati che per secoli hanno frequentato questo mare nascondendo favolosi bottini. Storie romanzate ed esagerate che stimolano a detta di Majed molte persone a intraprendere scavi alla ricerca “dell’oro antico”. Lasciamo l’isolotto dove nel frattempo sono arrivati tanti aironi scuri e riprendiamo il largo verso ponente, mezz’ora di vela e poi bagno e merenda con le nacchere (pinna nobilis) un tempo molto frequenti anche nel mare Elbano specialmente a Galenzana, qui ce ne sono tantissime e a quanto pare stanno aumentando a causa della diminuizione dei polpi che ne sono i principali predatori, poi si rientra a favore di vento e di corrente. In serata andiamo a casa Ouarda dove aiutati da Ali Baba ascoltiamo i ricordi del vecchio Ouarda che ha ottantaquattro anni ma è assai brillante e parla speditamente in siculoarabo. Ci racconta di avventure e battute di pesca del tanto tempo passato sui pescherecci italiani che facevano base a Lampedusa e a Mazzara del Vallo e ci racconta la storia del misterioso gigante italiano arrivato nel ‘38 che si convertì all’islam e imparò l’arabo rimanendo a El Attaya benvoluto da tutti fino alla fine della guerra quando andò via misteriosamente senza dire niente a nessuno. Storie di pesca e di traffici d’armi, i commerci fra la Sicilia e la Libia, l’ombra ingombrante del generale Graziani alla fine della guerra. Nei primi anni sessanta le autorità tunisine sequestrarono quattro paranze italiane e lui mediò la trattativa fra i militari e i proprietari delle paranze sequestrate e come ricompensa fu imbarcato su uno di questi motopesca d’altura della flotta di Mazara del Vallo. Pasquale, Carmelo, Beppe, Caloggero, Pino, Antonio… i ricordi affiorano man mano che parla, ci ci racconta della gente di Lampedusa che “hanno le stesse facce di quelli di Kerkennah” e ci conferma che a poche decine di miglia da qui su un bassofandale di quattro otto metri giace sul fondo un relitto di una grande nave da guerra della seconda guerra mondiale.