In viaggio
Sabato 31 gennaio 2009 Alessandria – Egitto
Image Piove piombo e si beve multinazionale
Piove, ma quello che viene giù più che acqua è petrolio. Mentre scrivo mi sento chiamare, è Karim il dentista di Heliopolis venuto con degli amici europei a fare un giro ad Alessandria. Nel pomeriggio esce il sole e tutto si asciuga rapidamente. Pur essendo una città costruita fra il mare e il delta del Nilo, qui il problema principale è rappresentato proprio dall’acqua, le acque dolci del delta e del sottosuolo sono inquinate dalle fabbriche chimiche, dall’agricoltura e dagli scarti urbani, inoltre il consumo sempre crescente di acqua dolce dovuto al numero sempre maggiore degli abitanti, sta rendendo salmastre le già compromesse riserve idriche. Da qui si capisce bene l’effetto apocalittico che sta generando questa sciagurata migrazione di massa, che dall’interno dell’Africa porta verso la costa milioni di persone. L’acqua potabile è cosa rara e preziosa, la si trova solo sigillata dentro le bottiglie di plastica marchiate dalle solite multinazionali e costa cara in rapporto al potere di acquisto, molto più che in Italia e di conseguenza la maggior parte della gente usa quella inquinata delle condutture, comunque pane e pasta non vengono certo impastati con l’acqua marchiata. È un argomento tabù su cui si preferisce tacere, è meglio parlare di elisir di lunga vita che se si fa una vita sana si può vivere fino a centocinquanta anni, magari curandosi con i soldi ricavati dalla vendita dell’acqua.
 
  
 
Venerdì 30 gennaio 2009 Alessandria – Egitto
Image Giapponesi
Ad Alessandria ci sono tanti giapponesi, ogni giorno di più, ce n’è un gruppetto anche nel “nostro” palazzo, sono tutti molto giovani e sembrano di porcellana, distaccati, riservati e sempre con il sorriso stampato, sembrano schermati da tutto quello che gli gira intorno. La città di Alessandro e Cleopatra deve esercitare un grosso fascino in oriente, per numero gli asiatici sovrastano americani e europei, si vede anche qualche italiano in giro, ma è soprattutto gente qui per lavoro.
 
  
 
Giovedì 29 gennaio 2009 Il Cairo – Egitto

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Treno dolore e sgomento
Stamani si mette a frutto l’eperienza di ieri, eludento la sorveglianza che non è mai troppo scaltra, faccio due biglietti da europeo e poi si va verso il treno popolare, quello che ufficialmente non esiste e che per non farlo vedere ai turisti sta anche ai margini della stazione. È un relitto ferroviario a cui mancano anche gran parte dei finestrini, dentro c’è gente che dorme un po’ dappertutto, man mano che arriva la luce le sagome scure sparse fra sedili e vani bagagli si rivelano persone che hanno rimediato un riparo per la notte, è un deposito di lezzo e dove ci sono i vetri sono così incrostati che non si vede niente. Il treno dolore e sgomento comunque viaggia e in tre ore e mezzo siamo nella capitale, la locomotiva per motivi di immagine si fema lontano dalla stazione centrale e i suoi occupanti vengono vomitati nelle infernali vie del Cairo da passaggi laterali. Stavolta si va a botta sicura e con un paio di indicazioni volanti siamo al centro riparazioni Canon, sempre a Heliopolis ma nel distretto di Almza, fra vialetti ordinati in una palazzina tutta precisa. Ci accoglie un baffuto pancione avvolto in una nuvola di profumo, che la mattina si deve dare con la pompa del verde rame, è buffo e altezzoso ma sa il fatto suo, mi pulisce la macchina che torna a funzionare, il grandangolo invece è morto e ne compro un altro, per il 300, anche lui ko, mi promette di cercarmene uno usato. Ci spostiamo verso il centro raggiungendo Zamalek, esclusivo quartiere residenziale di banche e albergoni costruito su un isolotto in mezzo al Nilo, qui c’è la sede egiziana del Monte dei Paschi di Siena dove devo ritirare la nuova carta di credito per sostituire la vecchia che a fine mese scade. Passando davanti al Marriot uno dei più famosi alberghi da ricchi del Cairo, veniamo assaltati dai tassisti che ci vogliono a tutti i costi portare in giro, per 50 euro, che sono quasi due mesi di stipendio di un operaio, ci propongono la visita di ogni dove e mi inseguono famelici insistendo fino allo sfinimento. Non c’è nessuna indicazione di banca, ma l’indirizzo è preciso e si trova facile, ci aspettavano e il responsabile si dimostra gentilissimo, si chiacchiera un po’ e ci da qualche dritta fra cui una preziosissima di un negozio di fotografia dove si potrebbe trovare degli obbiettivi usati, che si trova di fronte alla Madrassa Ahram, indicazione indispensabile per farsi capire dal taxista. Fortuna vuole che trovo un trecento usato, è un po’ vecchiotto ma funziona e costa cinque volte meno di uno nuovo. La fame ci induce a festeggiare mangiando, è giovedì pomeriggio che corrisponde al nostro sabato sera, i negozi chiudono presto e i cairoti si riversano nelle vie e nei ristoranti. Capitiamo in un gigantesco ristorante popolare dove famiglie e gruppi di amici vanno a mangiare, in tanti prendono spaghetti al ragù e piccioni al forno, agli egiziani piace mangiare, i ciccioni sono tanti e di tutte le età. È un posto di grande varietà umana   penso che per un egiziano del Cairo un ristorante italiano debba sembrare un tristissimo luogo popolato di zombi. Si ritorna alla Ramses station, naturalmente sul treno non c’è posto, ma ormai s’è imparato e si sale alla zitta, stavolta però è pieno davvero e si viaggia alla clandestina insieme a tanti altri, soprattutto studenti che rientrano verso casa. Sul treno oltre al controllore e ai venditori di cibo ci sono anche i facchini, uno viaggia insieme a noi. Più che un lavoro è cercare di sopravvivere, non so nemmeno se lo pagano, ma anche se fosse è poco più di niente, è vestito come un detenuto, grasso e sporco con una faccia così rassegnata che non c’è posto nemmeno per la disperazione, cerca di tirare avanti cercando di rimediare bascish puntando sulla commiserazione dei viaggiatori. Sono le piccole cose che ti fanno capire come funziona: passa il venditore di panini e bevande, con fare da mendicante il facchino gli chiede qualcosa da mangiare e lo segue, questo gli allunga qualche bustina di the e di zucchero facendo illuminare gli occhi a questo pover’omo che poco dopo cede un paio di buste della preziosa merce a un collega. Dopo un paio di quarti d’ora, dopo preso il the, con espressione appagata prende un pezzo di cartone e si mette a dormire incastrandosi fra la parete e lo scalino.
 
  
 
Mercoledì 28 gennaio 2009 Il Cairo – Egitto

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Heliopolis
Stamattina sveglia prima dell’alba per andare al Cairo, con l’intento di risolvere i problemi delle macchine fotografiche. Alessandria a quest’ora è silenziosa e buia, lungo le vie ci sono solo guardie che dormono dentro le garitte e sciagurati che dormono sui marciapiedi. Intorno alla stazione di Mahattat Misr il movimento aumenta, alla biglietteria di terza e quarta classe non ci fanno i biglietti e gli inservienti interni non ci fanno nemmeno avvicinare al binario, solo seconda o prima classe e bisogna aspettare fino alle otto. Quindi giro nella zona circostante, dove di prima mattina nei pentoloni allagati di olio color petrolio si friggono fegatelli e peperoni, i cafè sono già pieni di gente che fuma e ci sono dei banchetti che fanno le frittelle con lo zucchero e farcite di latte cagliato, facciamo colazione con le frittelle dolci e il the e poi si ritorna alla stazione e si parte. La periferia di Alessandria è fatta di casermoni e spazzatura, poi iniziano i canali e il verde del Delta dove risalta il bianco degli ibis prima che la nebbia fitta avvolga tutto. Dopo tre ore siamo nel centro del Cairo, Ramses station: il traffico e il rumore di Alessandria era niente a confronto, l’aria è così inquinata che sembra di avere un respiratore collegato a una pompa della benzina, vibra tutto di traffico e l’aria è unta. Dall’altro lato della stazione parte il tram (qui chiamato metro) per Heliopolis, il quartiere del Cairo dove dovremmo trovare il centro Canon. Una mezz’ora e ci siamo, un ragazzo si autoelegge nostra guida e insieme ci perdiamo fra le villette di questo quartiere “bene”. La fortuna vuole che dopo un po’ si incontra una donna con gli occhi larghi e curiosi che inquadra subito il nostro vagare insulso e ci viene in aiuto, è libanese, veste all’occidentale e ricorda vagamente Maria Callas. Parla bene inglese e francese a sa anche qualche parola di italiano, arriva anche la sua mamma una donna alta e slanciata con gli occhi celesti e poi il figlio di cui mi decanta orgogliosa le origini greco-italiane del padre e la professione di dentista. Siamo completamente fuori zona e questo s’era capito, mi dice che secondo lei sarà difficile trovare quello che cerco perché qui la gente queste cose se la va a prendere direttamente a Dubai o in Europa, comunque Karim il dentistino ci accompagna in macchina al più grande negozio Canon di Heliopolis. Gran negozio luccicante rivestito di marmo e negoziante imbrillantinato vestito da matrimonio di cosa nostra, ci sono telefonini, palmari, macchine fotografiche compatte, esposti come fossero i tesori di Tuthmosi III ma niente reflex e tantomeno obbiettivi di reflex, ha solo tre scatole che fanno parte della coreografia, di assistenza tecnica nemmeno a parlarne. Andiamo verso Korba il centro di Heliopolis, è pieno di grandi palazzi fatti dagli inglesi nel ventesimo secolo che hanno al piano terra negozi di lusso, dopo un paio d’ore di giri a vuoto, ci indirizzano verso il palazzo dell’elettronica, che in realtà sono più edifici dove ci sono decine, anzi centinaia di botteghe di elettronica in cui si riparano e si riciclano sorprattutto computer, però finalmente trovo un negozio che ha due reflex e che soprattutto ci da l’indirizzo giusto del centro assistenza, ormai è tardi, ma domani si dovrebbe risolvere.
Il treno ci dicono che è completo, ma si salta a bordo senza biglietto, il posto c’è e il pagamento si risolve col bigliettaio.
 
  
 
Martedì 27 gennaio 2009 Alessandria - Egitto
ImageLa bimba con il catetere
Va bene la miseria, ma la dignità viene prima di tutto, non si può tenere una bimba malata e sofferente in mezzo a un incrocio pieno di traffico e con il catetere ben in vista sulle gambe per elemosinare, nemmeno per non morire di fame. Fare l’elemosima è gesto nobile e chiederla per alcuni può essere l’unica soluzione, ma usare la sventura di questa bimba non ha giustificazione, non do colpa alla mamma o a chi per essa, ma alla società che lo permette. Sull’Atlas fra la gente Amazigh questo non si sarebbe mai visto e lì la miseria è di quella vera, ma ancora più forti sono la dignità, l’orgoglio e la fierezza.
  
 
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