In viaggio
Martedì 31 marzo 2009 Oasi di Bahariyya – Egitto
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Ticket armati e lacrime televisive
Bawiti non ha un aspetto molto invitante, è un insieme di cubi di cemento e strade polverose, il suo passato però è ricco di storia, qui ci sono importanti tracce archeologiche che testimoniano la ricchezza di questa oasi, soprattutto nel periodo Romano quando era un importantissimo centro agricolo in cui si coltivavano e si commerciavano vino, olio, datteri e grano, la cui prosperità aveva portato alla realizzazione di complessi monumentali. Ma niente lascia intuire il glorioso passato, arrivando qui senza saperlo, sarebbe dura intuirne la storia, anche il museo che custodisce le famose mummie dorate è imboscato, si tratta di un brutto capannone anonimo apparentemente incustodito, mi avvicino e entro, arriva il guardiano con la pistola, è un baffuto pancione che sembra uscito dai quaderni di Lombroso, con fare da automa minaccioso dice solo “ticket, ticket” il problema è che la biglietteria è chiusa… torneremo nei prossimi giorni. Attraversando la strada principale si scende da una via secondaria verso il sito archeologico più famoso di Bawiti, le due tombe di Qaret Qsar Selim risalenti alla XXVI dinastia, ma anche qui è chiuso, anche se arrivano subito un paio di persone per cercare di rimediare qualcosa. Qui a Bawiti sembra tutto casuale e improvvisato e la  moschea baracca che si trova nei pressi del cimitero fatta con tavole rimediate, pezzi di plastica e cartoni e sovrastata da un grande altoparlante, è un po’ il simbolo del modo di costruire di qui, che dalle mi parti si direbbe a “cazzo di cane”. È comunque sempre interessante osservare la gente e la postazione privilegiata è il “cafè della piazza” dove gli uomini shishano e giocano a domino, c’è anche chi piange commosso davanti alla televisione che manda in onda uno sceneggiato sulla vita di Sadat.
   
  
 
Lunedì 30 marzo 2009 Bawiti Oasi di Bahariyya – Egitto
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Connubio inquietante
Siamo alloggiati nella sezione dell’albergo destinata agli egiziani e cercano di farci andare nella zona riservata agli occidentali, ma a noi va benissimo così e poi questo sistema di apartheid all’arrovescio è uno degli aspetti più sgradevoli dell’Egitto.
Bawiti è un posto di 4x4, è l’oasi del deserto occidentale  più vicina al Cairo da cui dista solo 365 chilometri e viene usata come base per visitare il vicino Deserto Bianco, qui i turisti sono visti come portafogli viaggianti e tanti abitanti dell’oasi abbagliati dalla possibilità di facili guadagni, si sono comprati i fuoristrada indebitandosi e ora girano come mosconi alla ricerca di clienti che in realtà sono molti meno delle macchine. Anche qui donne in giro se ne vedono poche e sono velate di nero o marrone, il centro del paese è un incrocio su cui si affacciano un po’ di attività, dove i prezzi sono gonfiati per i turisti e tutti si propongono per ogni cosa, però basta spostarsi di qualche centinaio di metri nella zona popolare e i cacciatori di europei si smaterializzano e si cena con 15 pound in due. Anche a internet bisogna trattare il prezzo, è difficile aggiornare il sito con queste connessioni, il locale ha cinque o sei vecchi computer e qui i ragazzi si ritrovano per giocare con la playstation, fa una strana impressione una sala giochi in cui viene diffuso il corano a palla e i ragazzetti ne canticchiano le nenie mentre giocano nel loro mondo virtuale, un connubio alienante inquietante.


  
 
Domenica 29 marzo 2009 da Siwa a Bahariyya - Egitto
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I rifornimenti ai posti di blocco Sahariani
Dormono tutti al fonduk, si caricano gli zaini sul cassone insieme alla pala, le tavole anti insabbiamento, la tanica del carburante, un po’ di legna e le immancabili coperte. Apro la stanza dove dorme l’autista, mi sembra che non ci sia nessuno, poi guardo meglio e il tappeto arrotolato in fondo ha due appendici che sono i piedi del driver, arriva Grraziaa!!! anche lui autista ma da buon Siwano solo per giri a corto raggio, stamani è stranamente pimpante e con la sua classica espressione da fulminato allegro entra nella camerata del collega Beduino gli urla qualcosa e lo sveglia. Tempo un quarto d’ora si parte, per prima cosa andiamo a prendere un Siwano a casa sua che si piazza nel cassone e si mette a dormire, poi si va dalla polizia per fare i permessi, i militari ci consegnano un grande sacco e uno scatolone di cartone pieno di viveri. Lasciata la caserma si parte alla volta del palmeto a fare un po’ di legna per il the, la ricerca è lunga e sembra infruttuosa, solo qualche steccolino, ma poi l’autiere si stufa di raccattare bricioli, prende un lungo ramo secco di olivo e lo carica nel cassone. Si parte passando dalla via per Dakrur incontrando tanti bimbi che stanno andando a scuola, un ultimo sguardo alla montagna dei fantasmi e poi si imbocca la strada che taglia la laguna, la via asfaltata prosegue costeggiando il lago di Zaytun fino al primo posto di blocco della polizia, quello che martedì era il limite invalicabile e che si può varcare solo con il permesso speciale rilasciato dai militari. Consegnamo un po’ di viveri del sacco, Mustafa da dietro lo schienale del sedile tira fuori anche un po’ di pane e lo regala ai poliziotti che contraccambiano regalandoci due rametti di basilico, un soldato con un cencio in capo si tuffa sui viveri mentre un paio di altre guardie spostano i fusti vuoti che ostruiscono la carreggiata e si inizia la traversata del deserto. È da subito un ambiente totalmente arido, pochi chilometri e la strada diventa pista, ci insabbiamo un paio di volte, pala, tavole sotto le ruote e via, nella prima ora di chilometri ne facciamo davvero pochi, la pista sabbiosa si alterna all’asfalto della strada in costruzione, che una volta ultimata collegherà l’oasi di Siwa a quella di Bahariyya. La strada principale è circondata da lingue di asfalto steso senza massicciata per permettere ai mezzi di avanzare, c’è anche un  impressionante frantoio per macinare la pietra nel deserto e fare la breccia, i cantieri sbucano dal nulla e la gente vive dentro baracche arroventate, le dune invadono spesso i tratti già ultimati di carreggiata e le piste laterali di servizio si deformano, spesso risultano impraticabili, sono diversi anni che stanno lavorando a questa strada nel tentativo di asflatare il deserto, l’impresa da qui appare titanica e anche i mezzi meccanici per quando enormi sembrano poca cosa al cospetto della potenza e della dimensione del deserto. Arriviamo al secondo posto di polizia, una baracchina sgarrupata coi pannelli solari per fornire l’energia elettrica, solita distribuzione di viveri ai militari nelle cui facce abuliche è dipinto l’isolamento. Lasciata la postazione di controllo si avanza cercando una deviazione sul lato sinistro della strada per raggiungere come concordato un importante sito, trovato l’imbocco procediamo per una pista disegnata dentro una depressione bianca fino ad arrivare a vedere una montagnola candida che si eleva precedendo una sottostante pianura dove spiccano alcune palme, sullo sfondo la vegetazione si fa più fitta e si ha la percezione di uno specchio d’acqua, il posto è molto bello ed è anche un importante sito archeologico in cui si trovano numerose sepolture che dovrebbero risalire al periodo Romano, ma Mustafa ha furia e dà segni di insofferenza anche nel vedermi fare le foto. Il terreno è disseminato di piccoli dischi sottili di roccia grigia a forma di moneta, una volta ripartiti il beduino si rilassa, ritorniamo sulla strada principale e si prosegue verso oriente, gli unici mezzi che si incontrano sono quelli che lavorano al cantiere stradale, il caldo comincia a diventare pesante e la caligine disegna confini indefiniti sull’orizzonte, si cominciano a vedere anche delle grandi dune in lontananza, hanno colori più sbiaditi rispetto a quelle Libiche, si viaggia a una media di cinquanta chilometri all’ora, forse meno, avanzando per lo più sulla massicciata del futuro stradone. Per raggiungere il terzo posto di polizia si fa una deviazione di qualche centinaio di metri per arrivare alla postazione baracca che man mano che si entra nella profondità del deserto diventa sempre più fatiscente. Per farsi scorgere dai “guardiani” Mustafa deve suonare più volte, poi un ragazzino assonnato fa capolino e di seguito altri tre, attratti soprattutto da Serena che guardano come fosse un miraggio, solita distribuzione di viveri e si riparte. La monotonia della pista si interrompe quando la pista si incunea in una depressione da cui si elevano tante montagnole scure che si innalzano dal bianco come ruderi di gigantesche piramidi, è un paesaggio estremamente suggestivo con la strada che si infila sinuosa fra le gibbosità, le montagnole hanno i fianchi erosi tanto da creare delle sagome da grandi funghi, sotto una di queste un gruppo trasportato da un paio di fuoristrada si è fermato a fare la pausa pranzo. Poco dopo anche noi ci fermiamo sotto un grande panettone di roccia, per i beduini la sosta pranzo è un rito irrinunciabile, si sveglia anche il Siwano e comincia a spezzettare la legna per fare il fuoco. Approfittando della sosta saliamo sul più alto di questi cocuzzoli, il panorama è bello e surreale, scende verso sud nella depressione di Bahrein, siamo a circa centoquaranta chilometri da Siwa, qui un tempo c’era  una rigogliosa oasi, oggi c’è solo un po’ di verde e qualche cespuglio sofferto di palme, poi la grande conca che da l’illusione di essere ricoperta d’acqua si spenge  indefinita nelle grandi dune del mare di sabbia. Ormai è poco più di una chiazza di sterpaglia in mezzo al niente, ma fino a pochi decenni fa era un’irrinunciabile tappa intermedia per le carovane che da Siwa avanzavano verso l’oasi Bahariyya. Bahrein è balzata all’attenzione delle cronache archeologiche nel 2003, quando un gruppo di italiani ha portato alla luce un importante tempio risalente al Periodo Faraonico, il santuario era dedicato ad Amon e fu costruito per volere del Faraone Nactnanebo I (380 – 360 a.c.) Il luogo del ritrovamento dovrebbe trovarsi ad una cinquantina di chilometri da qui ed è improponibile chiedere a Mustafa di raggiungerlo, anche perché non essendo pista battuta sarebbe necessario un fuoristrada, il rimpianto di non poter raggiungere i resti del tempio è mitigato dal fatto che i blocchi superstiti del tempio ancora ricchi di pigmenti colorati sono stati trasportati a Marsa Matruh in un deposito della sovrintendenza archeologica in attesa di restauro. A quanto affermano gli archeologi la maggior parte dei blocchi del tempio fu distrutta nei primi secoli dopo cristo, quando i blocchi di calcare vennero smantellati e cotti nelle fornaci per fare la calce. Il mutare delle rotte commerciali e probabilmente anche il peggiorare delle condizioni climatiche, portarono gli abitanti ad abbandonare l’oasi intorno al quinto secolo e da allora Bahrein non è più stata abitata stanzialmente.
Ci sono fossili ovunque, conchiglie e coralli e migliaia di piccoli dischi grigi che sembrano monete,
il suolo è formato da calcare bianco e basta smuovere la superficie e tutto calcare del terreno per trovare una polvere bianchissima di gesso, tutto originato dai sedimenti organici depositatasi sul fondo di quello che un centinaio di milioni di anni fa era un mare, un anticipo del famoso Deserto Bianco che dovremmo visitare nei prossimi giorni.
Tornati al “campo base” si mangia e si chiacchera, la classica conversazione essenziale “io Beduino lui Siwi, io arab” “io no arab io Siwi different, different language” “questo in Siwi si chiama… in Arabo…. in Italiano…” e via elencando pane, pomodori, formaggio, peperoni, conchiglie, lucertole e mosche e ognuno mentre enuncia il suo idioma si dimentica quello dell’altro. Immancabile rito del the e si riparte, qualche decina di chilometri e si arriva al quarto controllo di polizia, è più grande degli altri, ci sono tanti cani, gli unici che si accorgono del nostro arrivo, in una delle baracche i soldati sbracati sulle brande rimangono immobili anestezzati dalla calura, in questo sorprendere i guardiani mi sembra di rivedere la motovedetta che porta i viveri a Montecristo, lasciamo altri viveri e si riparte, la scena si ripete più volte, ogni volta si devia e si suona per svegliare i militi, per quanto atteso il pik up con il convio coglie sempre impreparati, persi nell’ozio forzato di queste postazioni di controllo sperdute e lontane anche dall’unica strada da dove normalmente non passa nessuno. La via continua a scendere dentro una depressione che sembra non finire mai circondata dai paesaggi surreali di queste lande aride sotto il livello del mare, la discesa si interrompe in un inaspettato lago dove si sviluppa un grande e rigoglioso canneto che con i suoi colori vivi ci rammenta che sotto questa apparentemente infinita distesa di arsura sterile, si trova una delle più grandi riserve di acqua dolce del pianeta. Si procede spediti, Mustafa guida con aria annoiata tenendo la testa inclinata e gli occhi semichiusi con lo sguardo fisso sull’orrizonte, la monocromia alienante del paesaggio abbiocca aiutata dalla calura, guardando nello specchietto retrovisore la strada sembra evaporare dopo il nostro passaggio, poi come fosse un miraggio appare una macchia arancione  indefinita, all’inizio sembra un’illusione di vapore, ma poi prende velocemente la forma di un camion che poderoso avanza e ci raggiunge, mentre ci affianca ci si scambia i saluti, proprio come quando si incontra una barca in mare aperto. Ogni tanto la pista viene invasa dalla sabbia, per tre o quattro volte Mustafa con abilità se la cava per un pelo, ma poi la rena prende il sopravvento e ci  piantiamo. Spalando e mettendo le tavole sotto le ruote si acquista poco e il pikup ogni volta affonda di più fino a che non si insabbia anche il telaio e si pianta definitivamente. Il posto è favoloso e l’idea di passare la notte qui mi alletta, soprattutto per la vicinanza alla dune, dopo una mezz’oretta  arrivano due fuoristrada per turisti senza passeggeri e dopo un’ora di manovre varie e tentativi falliti si supera l’ostacolo e si riparte, peccato perché sarebbe stato stato un posto bello per bivaccare. Ancora un po’ di passaggi critici con accumuli di sabbia sulla via, poi Mustafa dice “finish after no problem”, il paesaggio diventa sempre più bello con le dune alte a poca distanza che cominciano a prendere forma più definite con l’abbassarsi del sole, entriamo in una pianeggiante distesa bianca e poi ancora dune e forme surreali. Altro posto di blocco dove i protagonisti sono un cucciolo di cane e un uccellino giallo con cui gioca. I paesaggi diventano sempre più belli e si miscelamo con i miraggi che si inghiottono la strada, al tramonto raggiungiamo un altro posto di blocco e poi si scende ancora nella depressione, arriviamo all’ultimo posto di blocco che si iniziano a vedere le luci di Bahariyya. In perfetto stile beduino Mustafa guida a fari spenti, ma la via è ben visile perché illuminata dalle tante stelle, con il ponere del sole c’è stato un cambio drastico di temperatura e ora complici anche gli spifferi fa veramente freddo, sono circa le dieci quando si entra dentro Bawiti il paese principale dell’oasi, dopo l’ultimo controllo nella caserma del paese finalmente il nostro autista ci consegna i passaporti custoditi segretamente sotto il tappetino della pedaliera del guidatore.
È un brusco risveglio, siamo tornati in Egitto, siamo assaltati da una nuvola di persone che si fiondano addosso come le zecche cercando di accaparrarsi le prede europee, manca la magia di Siwa. Circondati da questo flusso epilettico di “amici” ci spostiamo seguendo un cartello di un hotel “no, no lì troppo caro!” ma finalmente si dileguano. Si tratta e ci si piazza.
Arrivando ho visto dei fuoristrada con le targhe dell’organizzazione del Rally dei Faraoni la cosa mi incuriosisce e vado a cercare un internet per saperne di più.
A differenza di Siwa, internet qui è lento e va collegato al telefono, ma dal web una gradita sorpresa, le modifiche al sito grazie a Miki sono on line, le notizie del giorno sono: vince la Brown al debutto e la Ferrari fa schifo, segna Pazzini il sampdoriano e Berlusconi si autocelebra al congresso di fondazione del popolo …  il rally dei Pharaoni passerà di qui però a settembre.  


 
  
 
Sabato 28 marzo 2009 Oasi di Siwa - Egitto
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La Tomba di Alessandro Magno ?
Ultimo giorno a Siwa. Fra tutti i misteri di questa oasi uno dei più intriganti è legato alla Tomba di Alessandro Magno, la storia tramandata ci racconta che la salma del Faraone Macedone fu portata secondo le sue volontà ai Sacerdoti del Tempio dell’Oracolo di Amon a Siwa, i religiosi però si rifiutarono di accogliere il corpo del sovrano defunto nel Tempio e i soldati di Alessandro furono costretti a cercare un altro luogo per dargli sepoltura. Dove, non è mai stato specificato. Già durante i giorni di permanenza ad Alessandria ci siamo imbattuti  in diversi luoghi che venivano raccontati come presunte tombe di Alessandro ma in realtà mai nessuno ha trovato documenti o incisioni che certificassero la sepoltura del primo Faraone Macedone. Nel 1995, suscitando grande clamore, l’archeologa greca Liana Souvaltzis dichiarò al mondo la scoperta della tomba di Alessandro Magno nell’Oasi di Siwa, nei pressi del villaggio di Maraqi. Dopo anni di ricerche, grazie alla collaborazione del marito un egitologo egiziano esperto in scrittura geroglifica, decifrò delle iscrizioni che asserivano che il Sepolcro di Maraqi era la tomba di Alessandro il Grande, la notizia fu accolta dal mondo dell’archeologia in maniera discordante, chi la considerò una grande scoperta, chi una farsa, purtroppo le autorità egiziane, con la grezzaggine che gli è propria, risolsero bruscamente la diatriba che stava nascendo revocando il permesso di scavo all’archeologa greca e chiudendo il sito alle visite.
Oltre le notizie estrapolate da internet, quello che ho trovato è una vecchia cartina dove è indicata la tomba e qualche racconto, c’è anche chi ha partecipato allo scavo e in diversi affermano di conoscere la sepoltura, ma nessuno è disposto a parlarne più di tanto e tantomeno ad accompagnarci, soprattutto perché non vogliono problemi con le autorità, ma anche perché c’è la consapevolezza che il mistero che circonda la tomba alimenta la curiosità intorno all’oasi.
Decido comunque di andare alla ricerca della misteriosa sepoltura che dalle indicazioni raccolte dovrebbe essere ad una quindicina di chilometri da qui, poco oltre la sponda sud occidentale del Birket Siwa.
A Siwa continuano la cementificazione, stamani è arrivato un altro autotreno carico di cemento e sbarre di tondino di ferro per le armature, ormai il morbo del calcestruzzo sembra inarrestabile… Salgo sulla collina dietro Shali per avere una visione d’insieme del territorio da qui a Maraqi e vedo che oggi si costruisce anche sul lato opposto, c’è un nuovo cantiere dove si sta facendo la gettata del solaio al primo piano, c’è una squadra di una quindicina di uomini che lavora di gran lena, gru e betoniera a scoppio e l’ambitissimo carrellone basculante con le ruote piene che se lo passano da un cantiere all’altro. Gli africani per quel poco che ho capito in quest’anno e mezzo di permanenza nel continente, magari non brillano di iniziativa, ma sono dei gran lavoratori, secondo me come attitudini assomigliano tanto ai nord italiani, tipo i bergamaschi e i veneti, insomma a quelli razzisti della lega. La sabbia non è certo un problema in un cantiere dentro il Sahara, ma la breccia sì e per averne un pochina bisogna frantumare a colpi di mazza la preziosa roccia bianca che si cava dalle montagne dall’altro lato del lago, per guardare meglio il cantiere mi sposto su una cote spianata e ci trovo la testa di un gatto mutilata e dello sterco secco, un’altra traccia evidente di magia nera che evidentemente qui ha ancora seguaci, oltre al tetro cimelio esoterico da questa posizione si ha comunque una bella visione dell’oasi, con il palmeto delimitato dal deserto e dal lago.
Si inizia a camminare dentro l’oasi in direzione ovest, poi il palmeto comincia a diradarsi e si inzia a vedere bene il deserto, il paesaggio ombreggiato del palmeto ha lasciato il posto a una steppa salmastra di giunchi e palme secche, in poche centinaia di metri il terreno cambia divenendo fangoso e circondato da canali, alcuni dei quali confluiscono in una lunga pozza alimentata anche da una gorgogliante sorgente dove nuotano  tanti piccoli pesci. Si prosegue dalla strada dopo le pompe di drenaggio che attraversa il lago a poche decine di metri dalla sponda merionale del Birket Siwa e avanza come un miraggio in direzione dell Adrar Amellal. Nel bassofondale salmastro ci sono numerosi fenicotteri, il sale brilla ovunque, sulla strada, negli accumuli intorno agli steli dei giunchi che sbucano dall’acqua e nella forma più spettacolare delle rose di cristalli che di tanto in tanto affiorano dalle sponde. Nel lago sguazzano diverse specie di volatili acquatici e Serena presa dalla voglia di riprendere da vicino i pacari, finisce nelle sabbie mobili e s’incazza con me perché prima di aiutarla ad uscire gli faccio un po’di foto. Si prosegue ancora un po’ ma poi la strada finisce, ci sono solo poche decine di metri di melma e poi la strada riprende il suo percorso, ma il rischio di rimanere piantati nelle sabbie mobili è troppo elevato e quindi si torna indietro, vuol dire allungarla di almeno una quindicina di chilometri ma la giornata è ancora lunga e c’è tutto il tempo per farlo, voltiamo le spalle all’Adrar Amellal che ormai era vicino e ritorniamo sui nostri passi fino alla zona delle pompe, si segue il canale sul lato sud finché non si spenge nella sabbia e poi si comicia a piegare verso ovest. Fa caldo, si cammina ai bordi del deserto fra cespugli rinsecchiti e giunchi, ogni tanto delle palme cespugliose, sempre più piccole, fino all’ultima ormai secca intorno alla quale si concentrano insetti e piccoli rettili tanto da farla sembrare una metafora dell’oasi. Avvicinandosi alle sponde del lago le croste di sale riaffiorano nel terreno, ci sono nuovamente le palme e i tamerici, poi solo giunchi che crescono fra le piccole dune, a volte il terreno salmastro diventa acquitrino e bisogna fare attenzione perché le sabbie mobili non sono facili da identificare. L’assenza di vento rende il lago una meravigliosa lastra liquida di un intenso azzurro mare, che si ammira magnificamente salendo sul culmine delle dune che poi sinuose si tuffano nel lago oggi specchio meraviglia in cui si riflettono le sagome delle montagne che chiudono il lato nord del bacino. Il bordo del lago segue un disegno ondulato che spesso si distende in piccole spiagge anticipate da una macchia cespugliosa di tamerici e adornate di giunchi e piccole palme, le dune in questo tratto sono relativamente alte e spesso svelano pozzaloni di acqua dolce trasparente e senza tracce di sale, sono queste le zone più ricche di vita e la sabbia è disegnata dalle tante tracce di animali, insetti, rettili, piccoli uccelli, che ogni tanto fanno capolino sulla sabbia calda, tutte le creature hanno movimenti frenetici quando camminano sulla superficie calda della sabbia, specialmente le lucertole che sfrecciano veloci come creature virtuali dentro un videogioco. È un concentrato di vita questo incontro fra le sabbie del Sahara e il lago salato, un paesaggio inusuale e superbo, saturo di colore e dominato dalla montagna bianca dall’Adrar Amellal, i tanti picchi che ci circondano fanno pensare a quote elevate ma in realtà siamo dentro ad una depressione e stiamo camminando a una ventina di metri sotto il livello del mare. Le dune qui vicino al lago sono più vegetate, si attraversa uno stagno secco ricoperto da vigorose spighe rosse e da un erba dalle inflorescenze viola, poi la zona torna più umida e ricompaiono i classici pennacchi dei cannicci, è un girare intorno a stagni, pozze e dune, peferisco allungare il percorso per girare intorno ai pozzaloni dove gli sprofondamenti sono sempre in agguato. Fa ancora tanto caldo ma comincia ad essere mitigato da un accenno di brezza e poi ora il paesaggio comincia ad essere esaltato da una luce che mam mano che il sole si abbassa sta diventando sempre più bella, Adrar Amellal come un gigantesco tempio che si erge dalle sabbie e ci fa da faro in questo avanzare sinuoso, mentre le grandi dune del mare di sabbia occidentale si ergono maestose in lontananza. Incrociamo una pista e poi degli impianti di irrigazione che si distendono nel deserto, la zona della presunta tomba di Alessandro Magno non dovrebbe essere lontana. Come un miraggio comincia a prendere forma un rudere fra le sabbie che si confonde nella luce accecante dell’ovest, è come una torre e avvicinandosi si vede che è costruita con mattoni crudi che mi ricordano la Piramide Nera di Dahshur, ma è molto più modesta e sicuramente più recente e quel che rimane è una porzione di una robusta muratura ora alta una dozzina di metri la cui parte bassa è costruita in pietra e da cui si intuisce che partivano più pareti. Davanti alla “torre” c’è la la pianta di un tempio in pietra, le tracce di uno scavo archeologico e delle grandi lastre ben squadrate di pietra, è un sito grande ma non enorme sarà mille metri quadradrati, si capisce anche che è stata accostata sabbia allo scavo per chiudere un probabile ingresso sotterraneo, comunque da quello che si vede niente può far pensare che questa sia la Tomba di Alessandro Magno.
Siamo ormai ai margini dell’oasi che si sviluppa sul margine occidentale del lago, ancora qualche piccola duna e altri impianti di irrigazione a goccia circondati da tante tracce di animali evidentemente attratti dall’acqua, poi un’ultima duna e si scende fra canneti, pozze e coltivi fino ad arrivare dentro un villaggio di mattoni crudi ormai abbandonato, siamo dentro l’oasi di Maraqi. Anche qui ci sono vasche e canali ricchi di zanzare e garzette e anche grandi palme, il terreno diventa compatto e dopo un paio di chilometri si entra nel villaggio abitato di Maraqi, la sorpresa e la curiosità nei nostri confronti è tanta, la senzazione di essere visti come alieni respirata tante volte nelle zone più isolate dell’Alto Atlas marocchino fa strano, perché siamo a meno di venti chilometri da Siwa, è un villaggio molto povero e come tutti i posti ricchi di squallore materiale eccelle in generosità che qui si manifesta negli inviti a prendere un the. Lasciamo il villaggio fra la perplessità degli uomini che, visto l’approssimarsi del tramonto si volevano adoperare per cercarci un passaggio fino a Siwa, ritorniamo verso il lago passando a fianco alla montagnola posizionata fra Maraqi e l’Adrar Amellal anche questa ricca di decine e decine di sepolture, le camminiamo intorno dal lato meridionale per poi ritrovarsi nella zona degli ecolodge. Come sempre anticipando di poco il ponere del sole, gli stormi delle garzette si involano dal lago verso i palmeti, sono tante e volando basse disegnando una surreale nuvola bianca riflessa nel lago che non riesco a fotografare. Il sole infuoca l’Ovest, da qui lo vediamo scendere dietro canne e giunchi dai pennacchi diventati di fuoco, mentre la sua luce calda illumina la sagoma ora rosa dell’Adrar Amellal che si riflette maestosa nell’immobilità del lago. Aten tramonta in un’esplosione d’arancio e subito la temperatura si abbassa, un arbusto ormai secco emerge parzialmente dalle acque vitree, sui rami il sale ha disegnato delle algide sculture barocche che sembrano annunciare la risalita dal fondo di una pallida fata. L’atmofera di fiaba è bruscamente violentata dall’arrivo di una nuvola di fameliche zanzare bianche che ci invitano a riprendere il cammino lungo la strada rialzata, intorno fra i canneti gli uccelli pescatori sono in piena attività e fra loro anche il minuscolo martin pescatore, poi sulla laguna cala la notte e il silenzio è interrotto di tanto in tanto solo dal saltare dei pesci, mentre nel cielo si accende una grande stellata che si riflette nel lago. Ritornati sulla strada asfaltata un gippone ci offre un passaggio fino ai limiti dell’abitato di Siwa che raggiungiamo passando dai vicoli interni per incontrare un’ultima volta le donne avvolte nei tarfoulet e poi ceniamo per l’ultima volta a Siwa. C’è un’atmosfera mista di gioia per il proseguire del viaggio che riprende dinamicità e di malinconia per lasciare un luogo speciale e non omologato, come già altre volte sale su un magone di lutto per la percezione netta di un prossimo repentino cambiamento che cancellerà per sempre questa magia fatta di tradizioni e ritmi morbidi. Salutiamo Silvia e Daniela, ringraziandole per il preziosissimo aiuto che ci hanno dato per “Base Elba” e per il piacere di riparlare italiano dopo tanto tempo e poi un ultimo giro notturno dentro Shali, splendida e decadente musa di sale e fango.


  
 
Venerdì 27marzo 2009 Oasi di Siwa - Egitto
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Shali, la Meravigliosa Fortezza del Sogno
Il cielo viola comincia a schiarirsi nell’immobilità che precede l’alba e la sagoma nera dell’oasi prende la forma sfrangiata delle palme, a oriente tutto si inizia a tingere d’arancio preparando la scena al Sole che tremolante e infuocato sbuca già padrone e incendia tutto. All’improvviso il silenzio si interrompe nel fragore del battito d’ala di centinaia di garzette, che all’unisono s’involano verso i laghi regalando lo spettacolo magnifico delle eleganti sagome nere che si stagliano nel cielo arancione, un lungo attimo di meraviglia che svanisce nella luce del nuovo giorno.
È arrivato il tempo di lasciare Siwa, nel pomeriggio al fonduk incontro un autista beduino che nei prossimi giorni va a Baharyya con il suo pick-up; tratto, troviamo l’accordo sul prezzo e si decide di partire domenica.
Mi immalinconisce l’idea di lasciare Siwa, il timore che in tempi brevi la magia che si conserva in questo scrigno di palme e sale scomparirà per sempre, è più di una sensazione. Nel cantiere della piazza le armature delle fondamenta sono già state smantellate e le tavole sono pronte per diventare gli stampi per le colonne, è arrivata anche una ruspa gigante che fa bella mostra di se all’ingresso del paese.
Come tanti occhi le mille crepe e le finestre di Shali sembrano osservare tutto e tutti, anche le nuove case in blocchetti che stanno crescendo sul lato di tramontana. Entriamo fra questi vicoli sabbiosi che si allungano fra ruderi ormai abbandonati e case ancora abitate, in un misto di kirshif, calcestruzzo, mattoni crudi e blocchetti di calcare, nella via si incrociano solo due donne che camminano avvolte nel classico Tarfoulet per celarsi ad ogni sguardo e poi si entra nella fortezza, che con le ombre lunghe del tardo pomeriggio acquista ancora più fascino. Camminare fra queste mura dalle forme indefinibili è uno stupore continuo che si rigenera all’infinito, mille figure di mostri benevoli appaiono e scompaiono disegnati da speroni di sale e ombre cangianti e anche gli elementi più banali come le finestre e le ringhiere di legno di olivo, sembrano possedere anima, movimento e personalità. La grande torre diroccata è lo scorcio a me preferito, ti guarda da ogni angolo presentandosi sempre in forma diversa, da lontano ti scruta con il ghigno minaccioso di un gigantesco demone dalla testa coronata, poi sembra voltarti le spalle ma riappare subito dopo più alta e slanciata nelle sembianze di un polifemo urlante, per poi trasfigurarsi nel volto rugoso di un anziano guerriero che stanco di orrore si guarda intorno cercando quiete e chiedendo clemenza.
Man mano che il sole si abbassa i colori di Shali si scaldano acquistando tonalità fulve e le forme surreali di kirshif si tingono di vitalità tonificandosi in un’onirica muscolatura che gli dona un’illusione di movimento e così la sezione di un palazzo diventa  un gigantesco sacerdote fantasma dagli occhi di cielo, che allargando le braccia celebra afono un rito ancestrale controllato dallo sguardo serio della sua ombra di gufo. La mente vaga senza corpo fra i mille anfratti di questa illusione reale dove ogni forma può essere tutto e il contrario di tutto, come la parete del bastione principale, dove l’erosione ha scolpito il volto di uno spettro benevolo che dietro un’espressione di apparente pacatezza cela misteriose facoltà sovrannaturali, forse da bocca della verità oppure una porta spazio temporale. Shali è più di un cumulo di antiche ed uniche architetture di sale e fango, è più di un dedalo di friabili carrugi misteriosi, cangianti e spettrali, il suo fascino trascende dal razionale, va oltre; le sue forme distorte e in continuo mutare sono qualcosa di simile alla materializzazione di un groviglio di pensieri astratti, Shali è l’Oasi della Fantasia.
Passo a salutare Mohamed che nel suo studio rudere sta disegnando una complicata trama di china animata da centinaia di sguardi, l’estro gli scintilla negl’occhi mentre con fare beffardo e benevolo
mi mostra la sua opera, “Occhi di Gufo” è parte di Shali e il suo talento si specchia in lei.
Mentre gironzolo quasi mi scontro con l’ansimare di un turista che preso dalla frenesia di fare le foto al tramonto dal punto più alto si è perso nel labirinto di kirshif, Serena gli indica la via e lui ci si fionda, passano pochi attimi e ripassa fulmineo e concitato controllando l’orologio, è andato via senza nemmeno avere atteso la Posa di Sole, probabilmente è qui con un gruppo di passaggio e deve partire, spero per lui che un po’ di magia gli sia rimasta impressa negli scatti.
Scendendo verso sud  nella parte bassa della città fortezza ci sono ancora delle case abitate e dalla finestra di una di queste si affacciano due bimbi, mentre la sorella più grande domina la sua curiosità rimanendo nell’ombra. Vinta la timidezza il frugolino passo di fulmine scende in strada per vedere le foto dentro il visore della camera, poi facendosi coraggio mi chiede una penna che non ho, cerco di mitigare la sua delusione con la promessa di tornare. Usciti da Shali in uno spiazzo fra le case a ridosso della fortezza, delle  ragazzine velate giocano a pallone ma quando mi vedono scappano e si nascondono nelle abitazioni gridando no foto, sono ancora bimbe ma ormai già promesse e farsi fotografare è considerato assai disdicevole. Come ogni venerdì anche stasera c’è tanta gente intorno alla moschea, però solo uomini e bambini, ci sono anche due piccoli amici vestiti a festa che stanno giocano di fianco al luogo di culto, uno dei due è albino e finalmente ora che il sole è tramontato può giocare liberamente anche lui. Sono tanti gli albini a Siwa, appartengono alle famiglie più ricche dell’oasi e si occupano di commercio, qui non ci sono discriminazioni nei loro confronti come invece purtroppo succede in altre parti dell’Africa.
Gli albini Siwani sono ricchi e rispettati ma rimangono comunque dannati, la loro pelle senza melanina li costringe a vivere nell’ombra e i loro occhi che non sopportano il sole sono sempre strinti e sofferenti, come i pipistrelli solo ora con l’arrivo del crepuscolo serale si  possono muovere liberamente. Anche qui come in tutte le piccole comunità, spesso i figli nascono da unioni fra parenti, specialmente se ricchi, e questo probabilmente spiega l’alta percentuale di albini fra i benestanti dell’oasi. La natura è spietata e severa con l’avidità umana che si illude di coniugare la felicità con la ricchezza, quanta sofferenza ha generato e genera la bramosia di possesso e quante menomazioni immolate in nome di un potere vano, effimero e transitorio.
È ormai calata l’oscurità quando ritorno dentro la fortezza  per onorare l’impegno e gustarmi la corsa gioiosa verso il babbo che rientra dalla campagna mostrando fiero il suo pennarello, e anche lo  sguardo radioso di una bimba dalle lunghe trecce felice perché il suo babbo al rientro dalla campagna la fa salire sul carretto carico di canne, le ultime case abitate dentro Shali sono fra le più povere dell’oasi ma regalano scampoli preziosi di massima umanità.
Arriva la notte e riprende l’opera distruttiva delle pale meccaniche, nel vecchio agglomerato davanti alla piazza di nuovo rumore, polvere sospesa e odore di nafta, illuminato da fanali e riflettori il braccio meccanico dello scavatore si muove come un drago impazzito ruotando irrequieto il suo”collo” e ogni volta che la benna tira giù un vecchio muro, insieme al tonfo si ha un’esplosione di polvere che la luce dei riflettori enfatizza rendendo la scena  ancora più demoniaca. C’è suggestione ma senza armonia, l’aria è pesante e non solo di polvere, si respira il disagio delle coscienze, chi lavora non vuole pensare, chi passa non vuole vedere, tutti vorrebbero dimenticare questa notte ma nessuno ha le palle di fermarla, nemmeno io che mi limito ad essere il fotografo di un’esecuzione.   
 
  
 
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