Il filo della tortura Mattinata a scribacchiare, verso le undici si va dentro Shali per cercare, senza trovarli, Andrea e il Francese, passo davanti a un barbiere e mi viene la voglia di farmi barba e capelli. Per prima cosa accende il fornellino e prepara un the, poi mi spiega che per un vero barbiere come lui gli italiani sono i clienti che danno più soddisfazione perché hanno la barba dura da Africani e la pelle morbida degli europei e poi inizia la rasatura. Ripulito e soddisfatto faccio per alzarmi ma il tosatore mi dice di rimane posato, prende un filo di lenza giallo, ne taglia un metro e mezzo, lo addoppia, poi tenendolo da un lato con la bocca e dall’altro fra l’indice e il pollice, comincia a arricciola’ i fili e poi muovendo la testa avanti e indietro stile Totò, comincia a strapparmi i peli ribelli delle sopracciglia, la tortura si chiude con una nuvola di profumo alla vaniglia spruzzatami in faccia con una specie di pompa del rame.
Domenica 15 marzo 2009 Kamisa, Maraki, Bahaj el Din. Oasi di Siwa - Egitto
Verso la Libia fra illusioni marine e tombe misteriose Dopo una serie di giornate pigre è tornata la voglia di movimento, si rimedia due bici e si parte verso ovest in direzione dell’Adrar Amellal, la strada fiancheggia il lago di Siwa che sta cambiando velocemente fisionomia, dove una settimana fa c’era l’acqua ora c’è il fango salato, i cristalli salmastri riflettono la luce del sole rendendo il paesaggio accecante e i fenicotteri delle sagome indefinite. La strada costeggia il lato nord del lago che verso occidente aumenta di profondità e regala un bell’effetto mare, c’è anche una piccolissima spiaggia con una sfinge di fango che guarda in direzione della “Montagna Bianca”. Si prosegue passando a fianco della zona in cui domenica ci siamo fermati a vedere cavare la pietra e poi si continua in direzione di Kamisa, lasciandoci alle spalle il birket (lago) di Siwa, ancora qualche chilometro e arriviamo nei pressi del villaggio di Kamisa vicino al quale si trova un importante sito archeologico risalente al periodo Romano, con centinaia di tombe scavate nella roccia bianca. La necropoli si vede già dalla strada, si raggiunge con una pista di qualche centinaio di metri e poi proseguendo a piedi verso Nord. A valle delle tombe scavate, i resti di una grande muratura in mattone crudo che ricorda un pilone di un tempio Egizio e alcuni resti di colonne in pietra più dura, le tombe si sviluppano su più livelli, rispetto a quelle viste al Jebel Mawta sono più grandi, le facciate più monumentali e all’interno ci si sta comodamente in piedi, di solito sono formate da più stanze che a volte ospitano numerosi loculi tanto da ricordare le catacombe. Ne visitiamo una trentina, alcune sono scavate in maniera elaborata però non ci sono tracce né di pitture né di iscrizioni. Il sito è molto più esteso di quello che sembrava ad osservarlo dal basso, ma la cosa più impressionante è che tutte le montagne qui intorno sono disseminate di aperture, centinaia le tombe che si intravedono sui fianchi di queste montagne dalla sommità spianata che si spingono in direzione Nord, in realtà siamo noi che ci troviamo all’interno di una depressione e quella che sembra una catena rocciosa è un grande plateau di roccia. Vista l’estensione non credo che si tratti solo di tombe del periodo Romano, sono tantissime forse migliaia, sicuramente in passato le condizioni ambientali erano più favorevoli rispetto ad oggi per gli uomini e qui vivevano delle comunità molto numerose, potrebbe essere stato questo uno dei punti di incontro fra la civiltà dei Garamanti con quella degli antichi Egizi, quello che è certo è che questa interminabile necropoli rende ancora più affascinante e misterioso il passato di questa terra. Saliamo per qualche decina di metri fino al livello superiore delle tombe per ammirare in direzione sud il lago di Maraki che, ancora più del birket Siwa, regala tonalità mediterranee, indicandoci anche la parte più bassa della depressione, mentre alle sue spalle si vedono le geometriche colline a forma di piramide visibili anche dalla fortezza di Shali. Camminando fra le rocce calcaree ogni tanto spuntano degli affioramenti di minerali ferrosi che ricordano i filoni scuri che all’Elba si trovano lungo la costa Orientale e vicino alle sepolture più grandi si vedono dei viottolini che entrano verso l’interno marchiati dalle evidenti tracce fresche degli asini dei cavatori di pietra, qualcuno di questi “dannati del deserto” si intravede in lontananza ma soprattutto si sente il rumore sordo delle mazze e dei picconi di questi intrepidi faticatori che spaccano la pietra sotto questo sole cocente. Lasciato il sito entriamo nel minuscolo villaggio di Kamisa alla ricerca di qualcosa da mangiare e da bere, si vede bene che qui di turisti non se ne fermano, sembra di essere in un luogo molto più isolato di quello che è in realtà, ma ha il fascino dei posti veri, la prima bottega che si incontra ha il negoziante che dorme pesantemente sdraiato al fresco di una tettoia, ce n’è però un altro dove ci sono un po’ di merci, non l’acqua perché qui nessuno comprerebbe mai l’acqua in bottiglia, però ci sono le banane e gli yogurth, stupisco l’anziano negoziante rivolgendomi a lui in un misto di Arabo e Amazigh. Velocemente si è fatto gente, sono tutti stupiti dal vedere due in bici e soprattutto una donna, siamo a una ventina di chilometri da Siwa ma qui stranieri non sono abituati a vederne, sicuramente qualche turista con i tour in fuoristrada passa per visitare la zona archeologica, ma difficilmente passano per il villaggio, perplessi dal fatto che si arriva da così lontano e nel timore che ci siamo persi ci consigliano di aspettare all’ombra nell’attesa di qualche mezzo che prima o poi passerà in direzione di Siwa. Salutiamo e si riparte andando avanti, dopo poco la strada comincia a salire dolcemente fiancheggiando “le Piramidi” anche qui ci sono cave dove lavorano a mano e all’interno ancora piste che entrano verso nord nelle montagne bianche che svelano centinaia di tombe e gente che lavora a tagliare la pietra in posti impossibili. Il lago a Ponente delle colline è ancora più bello e fa venire una gran voglia di bagno, si avanza cercando un ingresso alla ricerca dell’acqua del lago, c’è un uomo che carreggia sabbia (siamo nel Sahara) gli chiedo la via per il lago ma ci indica una vasca, per la gente di qui il lago non è associato all’acqua, è un’entità negativa di cui non si vuole nemmeno parlare, come non esistesse, l’acqua salata da cui sono tanto attratto è un’inutile distesa sterile che con la sua concentrazione salina minaccia i coltivi. Arrivati al vascone si lasciano le bici e si prosegue a piedi, le sorgenti calde hanno sempre il fascino del sovrannaturale, ma una buca di acqua calda, specialmente con queste temperature, non è per niente invitante. Si cammina fra sorgenti tiepide, orti, olivi e piccoli appezzamenti di grano che cresce eroico fra sabbia e sale, il lago sembra vicino ma raggiungerlo non è facile, bisogna attraversare una grande distesa di fango argilloso secco. C’è un escavatore che sta scavando un canale di scolo per drenare il terreno che è formato da argilla grigia, è in corso un’operazione per ampliare la zona agricola, ma l’impressione che mi da non è buona, queste piccole oasi sono micro mondi dagli equilibri assai delicati, in cui le infiltrazioni di acque salate e gli strati impermeabili di argilla giocano ruoli fondamentali, basta un niente e tutto diventa deserto, l’argilla bagnata tirata su dalla benna dell’escavatore in un attimo diventa secca e sbriciolante, non ho competenza per giudicare ma mi sembra di assistere ad un’operazione scellerata e sacrilega. Avanziamo ancora in un terreno che diventa sempre più salmastro, finché non si incontra un largo canale artificiale che ci impedisce di avanzare e si torna indietro. Tornati nella parte verde ritroviamo gli orti con campi di agli e cipolle e poi le palme, gli olivi e qualche pergolato basso di vite, a ricordo degli estesi vigneti che i Romani avevano impiantato in queste zone un paio di millenni fa. Si riprendono le bici avanzando immersi in paesaggi che sembrano alieni, le dune del deserto Libico sono sempre più vicine, mentre le montagne bianche continuano a svelare tombe, sempre di più. Sono luoghi densi di mistero che chiamano, chissà quanti misteri si nascondono fra queste montagne, è una necropoli che si estende per almeno una ventina di chilometri, ora non è il tempo ma negli anni a venire vorrei tornare da queste parti, magari con un ultraleggero, per studiare la zona e cercare di capire di più … inshallah. Incontriamo un altro paese, dovrebbe essere Bahaj el Din e ancora un lago circondato da un’oasi verdeggiante, la logica direbbe che è l’ora di tornare indietro ma l’istinto no, si avanza ancora un po’ finché la strada finisce con una strana rotonda e inizia una pista nel deserto, intorno a questa specie di eliporto un piccolo villaggio che sulla mappa che ho non esiste, formato da quattro case-baracca e da una piccionaia. C’è la sensazione netta di essere arrivati a fine corsa, siamo quasi in Libia il confine è a pochi chilometri, ma sembra che non ci sia nessun controllo, del resto le frontiere controllate sono solo dove ci sono le strade, già in Tunisia camminando nei viottoli nella macchia di lecci e sughere nei pressi di Ain Draham c’eravamo trovati quasi dentro i confini Algerini. Le frontiere sono una prepotenza ovunque, ma specialmente nel deserto, qui la natura ha disegnato scenari estranei al concetto di confine, niente è più indefinito e mutevole di un mare di sabbia, trovo assurdo e profondamente ingiusto che si debba rischiare la galera o anche peggio, nell’attraversamento di un confine. Anche culturalmente il concetto di confine non appartiene ai popoli che vivono nel deserto, queste righe dritte che attraversano la sabbia non hanno nessun senso, sono invenzioni dei colonizzatori occidentali, per le tribù sahariane questi luoghi si sposano con il nomadismo, lo stile di vita che maggiormente si avvicina al concetto astratto di libertà. Curioso è che i più strenui difensori del rispetto dei confini siano sempre quelli che si definiscono paladini della libertà. Si torna indietro, anche perché Siwa è lontana, lungo la strada incontriamo qualche carretto e un paio di bici, la luce sta diventando bella e mi fermo a fare qualche foto in questi scenari densi di mistero, in una radura una grande tomba isolata fa pensare al sepolcro di qualche personaggio importante, ma l’unica cosa certa è che ora ci vive una famiglia di cani paurosi, mi viene da pensare che l’armata di Cambise non si sia mai persa, che la famosa armata dei cinquantamila uomini si sia fermata fra queste oasi dove magari avevano trovato delle Berbere piacenti… Superate le Piramidi ci si ferma in un tratto desertico dove l’erosione ha disegnato delle forme surreali, un antipasto del deserto bianco che vorrei visitare fra qualche settimana. Il suolo è disseminato di fossili di conchiglie e di coralli di gesso, ci sono anche tantissimi cristalli, alcuni dei quali molto grandi e trasparenti anche se fragili. La luce è bellissima e svela forme e colori sfumati che con il sole a picco neanche si intuivano, la superficie del terreno è come cotta ma basta smuovere questa sottile patina grigia che viene fuori una polvere bianchissima di gesso, è quello che rimane del fondo marino che un tempo ricopriva questa zona. Sullo sfondo, poco prima del tramonto, si rivede Siwa che illuminata dalla luce bassa e calda si colora di rosso, con il jebel Mawta e la montagna dei fantasmi a cingere la magnifica fortezza di Shali. La posa del sole arriva quando si ritrova il lago di Siwa e ci regala cromie marine. È notte quando si rientra, Serena è schiantata ma come sempre non molla mai.
Sabato 14 marzo 2009 Oasi di Siwa - Egitto
I miracoli Biblici rivisti da Siwa Ancora tempo bello, il tanto temuto Khamsim “il vento delle sabbie” non si è fatto più sentire. Entriamo dentro la parte occidentale dell’oasi, una grande distesa di palme e olivi che si estende fino ai confini del deserto di sabbia, sono tante le sorgenti calde che alimentano i canali, alcune sono allacciate in condutture che confluiscono in grandi vasconi, altre più piccole sbucano come per miracolo bolleggiando dal terreno e vanno direttamente nei canali, i quali sono regimati da tante piccole chiuse fatte con lastre, sassi e cenci che diventano rossi per la forte presenza di ferro che c’è in queste acque termali. È tutto coltivato intensamente ci sono solo poche radure di solito create dove il terreno è troppo salato per l’agricoltura, dove vengono stesi al sole i datteri a seccare. Dentro l’oasi è tutto molto preciso ed ordinato ed ogni proprietà è recintata con fronde di palma intrecciate, in modo da non fare vedere niente, c’è un forte senso della proprietà e tutti quando entrano nel loro orto chiudono il cancello per evitare che qualcuno curiosi fra le palme e gli olivi. Spostandosi ai margini del verde, andando in direzione del lago, troviamo una grande piccionaia a forma di torre a pianta cilindrica costruita con sassi e blocchi di sale e rivestita di fango, oltre ai buchi ci sono decine e decine di legnetti che sporgono dalla muratura per fare da sostegno ai piccioni, disegnando sulla piccionaia un gioco di ombre stile meridiana. Si prosegue dai campi verso l’isola di Fatnas dove si trova una delle sorgenti più famose dell’oasi, lungo la via nella terra rossa e sterile ci sono delle pozze d’acqua bassa sulle quali il sale compattato brilla, sembra un ambiente sterile ma una lucertola fulminea che schizza da sotto una lastra di sale ci spiega che non è così, il sale si è cristallizzato in forme bizzarre, alcune mi sembrano isole, altre seppie. Questa zona di pozze si spenge nella laguna che spostandosi verso l’isolotto diventa più ampia e bella, colorata anche dai riflessi nell’acqua dei tanti giunchi e delle canne, un po’ più a distanza ci sono i fenicotteri, mentre le rondini ci volano intorno cercando di catturare gli insetti a pelo d’acqua. In realtà l’isola di Fatnas è collegata da una strada rialzata per farla raggiungere dai fuoristrada delle gite organizzati, ma la si può tranquillamente raggiungere con un viottolino a pelo d’acqua su cui un Siwano, lasciata la bici, si sta incamminando con il suo camicione bianco che fa tanto Gesù che cammina sulle acque. Questa oasi osservandola rende verosimili, umanizzandole, alcune epiche storie Bibliche: Gesù che cammina sulle acque, Mosè che batte il bastone e trova l’acqua, per dilla alla Bonalaccese “a trovaccisi nell’epoca giusta in un posto così ‘na volta studiate a modino le secche e le polle c’era da campacci da signore a fa’ il Profeta”. Arrivati sull’isola troviamo la grande pozza di acqua tiepida con le bollicine che vengono su dal fondo, sembra profonda una decina di metri, il colore blu verde la rende invitante, purtroppo il contorno è un po’ tristarello perché ci sono tante palme che stanno seccando per effetto dell’aumentata salinità del terreno, causata da malsani progetti di modernizzazione agricola, anche la famosa palma orizzontale affacciata sul lago, che a Siwa, fotografata o disegnata, si vede un po’ da tutte le parti, è ormai seccata. C’è anche un barettino per i turisti che sono attesi per il tramonto, con le immancabili birre fredde tanto gradite agli infedeli, ma ora è tutto chiuso e il poliziotto “previeni attentato” e i due gestori del bar stanno pennicando di brutto sdraiati all’ombra del casotto, tanto che non si accorgono della nostra presenza. La laguna è bella e nei prossimi giorni ci voglio tornare, ma ora devo rientrare a Siwa perché fra un paio di ore ho un appuntamento su skype con Michelangelo perché voglio fare delle modifiche al sito.
Venerdì 13 marzo 2009 Oasi di Siwa - Egitto
Il venerdi del villaggio La cagna dell’oasi sta prendendo il sopravvento, un piacevole oziare all’ombra delle palme. Oggi è venerdì, il giorno della predica dell’imam, tutti gli uomini si radunano nella moschea, tutte le attività rimangono aperte ma senza persone. La predica è lunga, urlata e arrabbiata, con Serena ci si rammarica di non comprendere niente. Dopo un’ora i canti ad Allah chiudono la cerimonia e ognuno ritorna al proprio lavoro. In serata ennesimo bel tramonto sulle dune del deserto, questa volta lo osserviamo da una collina ai margini del paese proprio a fianco di un grande complesso sportivo militare con piscina, campi di calcio, palazzetto dello sport e palestra, bello ma sovradimensionato che sa tanto di palestra di Pomonte. Rientrando per le vie sabbiose, dove come al solito c’è un gran traffico di carretti quasi tutti guidati da bimbi, un gruppo di ragazzine escono furtive da una casa e ci vengono incontro, sono curiose e fanno tante domande, è per loro un momento di grande trasgressione che però dura poco, da lontano le urla severe e minacciose del babbo le fanno correre immediatamente in casa. È ormai buio quando mi fermo a tirare quattro calci al pallone con un gruppo di ragazzini. Mi piace correre scalzo in questa sabbia polverosa che ti si appiccica addosso incollata dal sudore, mi fa sentire bimbo anche se barbuto e pelato.
Giovedì 12 marzo 2009 Oasi di Siwa - Egitto
L’incontro con Fathi Malim Dormitona, colazione e poi a scrivere. Osservando la velocità della Signora Australiana mi rendo conto che sono lentissimo a scrivere, questo viaggio ci vuole più a scriverlo che a farlo, però mi piace e quando rileggo i mesi passati riaffiorano subito tante immagini che se non fossero state bloccate ormai sarebbero perse per sempre. Il fonduk si è riempito di tante persone, alcune quasi invisibili altre più appariscenti, come una svampitissima austriaca dal sorriso siliconico che passa le giornate a specchiarsi nel corridoio raccontando a tutti quelli che le passano davanti, con un risolino isterico che lei viene da “Insbruck snow!!” ma malgrado il suo entusiasmo giulivo, la sua esuberanza non contagia nessuno, meno che mai i Siwani che in silenzio la osservano perplessi, è arrivato anche un giovane babbo inglese vestito da Indiana Jones con il figlio, un biondissimo piccolo lord di quattro anni tutto eccitato da questa vacanza avventurosa. Siwa mi incuriosisce sempre di più, è un luogo denso di storia e di fascino che regala sensazioni e emozioni profonde, ma sempre sfumate e avvolte nel mistero. In questa piccola oasi circondata dal nulla si incontrano la cultura Amazigh e la Civiltà Egizia, gli aspetti più entusiasmanti dal punto di vista umano e da quello storico di questa prima parte del viaggio. L’Oasi Siwana è il posto più orientale in cui si conserva la cultura Amazigh e anche il luogo dove i Culti dell’Antico Regno Faraonico si sono conservati più a lungo. Grazie all’isolamento qui è nata una piccola (in dimensione) Civiltà, unica e diversa da tutte le altre, che per certi versi mi ricorda quella di Rapanui, la favolosa Isola del Pacifico a cui l’isolamento fece dimenticare alla gente la terra di provenienza e la capacità di navigare l’oceano. Anche i primi abitanti di Siwa erano nomadi ma giunti in questo luogo così idilliaco si fermarono e diventarono stanziali, perdendo l’attitudine al viaggio e dimenticando le proprie origini, ma allo stesso tempo proprio per l’isolamento perpetuarono culti e tradizioni che nei luoghi di partenza si erano ormai persi. L’interesse e la curiosità per Siwa si è poi amplificato leggendo “L’Oasi di Siwa dall’Interno” uno dei libri scritti dal Siwano Fathi Malim, in cui ho trovato la conferma alle senzazioni delle tante similitudini che ci sono fra le Isole e le Oasi. Il racconto di Fathi Malim mi è piaciuto tanto e mi ha fatto venire la voglia di conoscerlo, per saperne di più e anche perché a Siwa vorrei prendere dei contatti per “Base Elba”e questo antropologo Siwano potrebbe essere un prezioso contatto, gli telefono e gentilmente mi da appuntamento in tarda serata nel piccolo bookshop dove sono in vendita i suoi libri. Come spesso succede con chi scrive mi trovo davanti un uomo diverso da quello che mi ero immaginato, anche perché depistato dalla foto dell’autore nell’ultima pagina del libro che lo ritrae ragazzo, vestito all’occidentale e sbarbato. Mi trovo davanti un omone alto e severo che dimosra almeno una decina di anni in più rispetto ai suoi trentaquattro, galabiyya (camicione lungo) bianco e barba lunga da integralista islamico, ha occhi profondi da indagatore e mani grandi. Ci sediamo in fondo alla stanza sul tappeto, accanto al fornello da campo su cui Fathi prepara il the alla maniera tradizionale, gli racconto del viaggio e le mie sensazioni sulle affinità fra le Oasi e le Isole e sul pericolo che rappresenta il turismo organizzato, ma la conversazione versa soprattutto sull’Islam, mi chiede cosa penso dell’Islam e che differenze ho notato fra i Mussulmani dei vari paesi visitati, gli racconto la grande ammirazione e riconoscenza che provo verso la cultura Amazigh con cui ho convissuto per mesi nell’Atlas Marocchino e che mi ha fatto apprezzare anche l’Islam e i suoi precetti e anche della grande ipocrisia che invece ho respirato nelle città egiziane, soprattutto al Cairo. Fathi dice che sono i modeli occidentali che allontano la gente dalla perfezione del Corano, che solo seguendo rigorosamente i comportamenti dettati dal Corano e sottomettendosi alla volontà di Allah gli uomini possono vivere felicemente, cerco di spiegargli che la parola sottomissione non mi piace, ma la lingua è un limite troppo grande e fraintendimenti sono fin troppo facili. Passo comunque un paio di ore molto interessanti facendo comparazioni fra la cultura Siwana e quella Elbana, fra il sentirsi prima Siwani o Elbani e poi Egiziani o Italiani, argomentazione su cui Fathi costruisce un articolato anatema sulla divisione politica del mondo per esaltare ancora una volta l’Islam come strumento di unione e pace nel mondo in quanto slegato da qualsiasi concetto di nazione o di confine. Per quello che riguarda “Base Elba” a Fathi piace l’idea ma per entrare nel concreto mi consiglia di contattare Laura e Silvia, due italiane che lavorano a Siwa per conto di un progetto di cooperazione con il quale anche lui collabora. Ci salutiamo, è stata una conversazione interessante purtroppo limitata dalla mia ignoranza linguistica e dal concetto di sottomissione che non fa parte del mio modo di concepire la vita.