Il mitra, la falce e la betoniera Il cielo è terso e la temperatura sta aumentando rapidamente, con le bici andiamo al tempio Umm Ubeyda, il tempio secondario di Siwa dedicato al culto di Amon, risalente al tardo periodo Faraonico fu costruito durante il regno di Necnanebo II, sovrano della trentesima dinastia; del monumento rimane poco, un pilone restaurato con bassorilievi che conservano ancora un po’ di colore e rovine sparse tutt’intorno, si vede però ancora molto bene la grande strada cerimoniale che un tempo collegava questo luogo di culto con il tempio principale sulla collina di Aghurmi. Il tempio si era conservato piuttosto bene fino alla fine dell’ottocento, come testimoniano le cronache e i disegni lasciatici dai viaggiatori dell’Ottocento, ma nel 1896 il governatore Ottomano stanziato a Siwa lo usò come cava per costruire il proprio palazzo, smantellandolo completamente. Si prosegue fino al tempio dell’Oracolo ma sta arrivando un pullman di turisti e allora si gira dalla parte opposta dove si sviluppa il villaggio ancora abitato, da qui il tempio dell’Oracolo assomiglia tanto al castello del Volterrio, si affaccia al centro della parete a strapiombo e domina dall’alto con le mura restaurate del Santuario e della Sala delle Profezie, i suoi blocchi di pietra sembrano pronti a sfidare l’avanzare dei secoli più della collina stessa; al contrario il malridotto rudere del torrione della vecchia Aghurmi costruito con argilla, sale e pietrisco, sembra temere anche il posarsi dei falchi. Il cielo terso e la luce bella esaltano il volo elegante dei falchi che nelle fenditure della rocca hanno costruito diversi nidi, ai piedi dello sperone due bimbi stanno lavorando sodo spostando sassi con una carretta, non vogliano essere fotografati e per farmelo capire bene si nascondono dietro la carriola. Torniamo alle bici e ripassando davanti all’ingresso “ufficiale” del tempio dell’Oracolo, ritroviamo i turisti che stanno risalendo sul bus, c’è una guardia armata vestita stile Blues Brhoters con tanto di occhiali a specchio, che con cipiglio da rambo e mitra in mano vigila sulla sicurezza del gruppo per difenderlo dai pericolosi frequentatori dell’oasi, forse da noi, o più probabilmente dal contadino che sta passando con la falce in mano e che impassibile a tutto questo trambusto sta andando verso una palma isolata in cerca di datteri. Andiamo verso i margini dell’oasi in direzione delle prime dune dove si trova l’albergo in cui lavora un ragazzo Siwano conosciuto a internet che parla italiano, per chiedere se c’è la possibilità di rimediare un passaggio per Bahayya. È una grande struttura che fa il verso senza riuscirci all’architettura Siwana, la cosa come pensavo non è fattibile con i nostri bubget, qui sono impostati sui viaggi organizzati e gli equipaggi sono stabiliti in anticipo, e poi anche se ci fosse posto come mi spiega un responsabile “non possiamo mettervi insieme a loro con tutto quello che pagano”. Ritornando verso Dakrur si incontra un altro stabilimento in corso di ampliamento dove imbottigliano l’acqua, nonostante sia notte ci sono ancora uomini e bimbi che lavorano nei campi intorno a Dakrur. Grazie a internet parlo con Nicol e Sofia che ogni volta mi sembrano tanto più grandi, che mi raccontano della scuola e delle lezioni di danza, fondamentalmente è questa la grande differenza rispetto ai viaggiatori del passato, questa possibilità di comunicare in tempo reale da quasi tutti i luoghi. Un aspetto assai meno piacevole di questa globalizzazione è la continua trasformazione di Siwa, che da qualche giorno ogni notte si trasforma in un cantiere edile, una squadra di una trentina di ragazzi sta gettando le fondamenta di un nuovo palazzo, anche questo in una posizione paesaggisticamente sciagurata, lavorano con grande lena impastando sabbia e cemento con una betoniera a scoppio e poi riempiono le fondamenta spingendo un carellone con la culla basculante, c’è grande eccitazione perché si guadagna bene e si intravedono miraggi di prosperità, e invece si sta distruggendo un qualcosa di unico, che se conservato sarebbe ricchezza economica e culturale.
Mercoledì 25 marzo 2009 Oasi di Siwa - Egitto
Lo sciopero delle garzette Mi sveglio all’alba per fotografare la partenza delle garzette dalle palme dell’oasi sul sorgere del sole. Il sole sorge e anche bello, ma le garzette non hanno nessuna voglia di partire, alle sette e mezzo ormai il sole è altissimo e sono sempre sulle palme. È una giornata siwana passata per lo più a scrivere e incontrare persone in piena armonia con il lento stile siwano. Consolidiamo i due preziosi contatti per Base Elba, Daniela ci porta le foto che Athar ha fatto a scuola con la sua digitale e poi andiamo da Mohamed che stasera si incontra con un po’ di bimbi in una casa Siwana e ci ha invitato ad andare con lui. Passiamo una bella serata in compagnia di un gruppo di bimbi e ragazzi ospiti di una famiglia che apprezza il lavoro che questo artista sta facendo per i bimbi dell’oasi. La lezione di questa sera consiste nel creare un libricino origami, inventarsi una storia e disegnarla cronologicamente dentro il libro, ognuno partecipa a modo suo, i piccolini disegnano liberi sui fogli, le bimbe più precise eseguono in maniera rigorosa il modello del maestro, mentre i ragazzi più grandi, forse inibiti da noi, ci mettono un po’ prima di cominciare ma poi si mollano, anche il capo famiglia partecipa al workshop, come lo chiama Mohamed, solo le donne non si vedono, si intravedono solo le sagome velate nella penombra della stanza adiacente, dopo un paio d’ore con le mani tutte colorate e con un disegno regalatomi da Miriam ce ne torniamo felici a casa.
Martedì 24 marzo 2009 Oasi di Siwa - Egitto
Laghi e Sorgenti fra Siwani e Beduini pensando a Cambise e al kayak All’alba dal palmeto sorge un sole infuocato e le garzette s’involano verso il lago. Anche stamani fa freddo ma non c’è vento, ci troviamo in piazza con Roxy (che in realtà come quasi tutti si chiama Mohammed) un ragazzo con cui abbiamo concordato un giro in motocarro per raggiungere i villaggi di Zaytun e Ain Safi. Sono le sette quando si parte, il triciclo di fabbricazione cinese accusa la temperatura bassa e c’ha messo un po’ prima di mettersi in moto, si attraversa il villaggio mentre i bimbi in divisa si preparano per andare a scuola e poi si passa dalla strada rialzata che divide la laguna di Aghurmi dal lago di Zaytun, che visto dal basso non ha confini definiti e sembra un mare. La strada costeggia il lato nord del bacino in direzione est e dopo pochi minuti ci si ferma alla prima pozza di acqua dolce Ain Qurayshat, che si trova proprio al confine con la laguna salata, la vasca contornata da palme e alimentata da una sorgente tiepida è bella, profonda e isolata, si prosegue per quattro o cinque chilometri e si arriva alla famosa sorgente di Abu Shuruf considerata dai Siwani quella con l’acqua più pulita. È più grande dell’altra e anche questa è tiepida, al suo interno ci sono centinaia di pesci, i più grandi sono lunghi una quindicina di centimetri, però il contorno non è un gran che, a pochi metri dalla sorgente c’è uno stabilimento per l’imbottigliamento dell’acqua che con i suoi pozzi ha fatto seccare tutte le palme qui intorno. Mototopo Roxy cerca una sorgente a suo dire bellissima, ma nonostante le informazioni chieste a un paio di contadini, sbaglia strada più volte e comincia ad agitarsi, da buon Siwano non ama i grandi spostamenti e da quando abbiamo lasciato la sorgente di Abu Shuruf si sente un po’ spaesato, la sensazione è che sia una delle prime volte che oltrepassa la famosa vasca. Per noi in realtà è una fortuna perché sbagliando via si vede di più e poi gironzolando finiamo in un tecnologico cantiere agricolo ai margini del deserto dove stanno piantando gli olivi nella sabbia grazie all’installazione di un impianto a goccia che si alimenta da un pozzo, fa un certo effetto vedere questi sottili tubi di polietilene che si perdono nel deserto con a fianco le piantine di olivo e tutt’intorno solo sabbia e polvere. Passiamo davanti all’insediamento beduino di Ain Safi per poi arrivare dopo qualche chilometro al villaggio abbandonato di Zaytun. La zona del paese è totalmente spoglia di vegetazione ed è circondata solo dall’aridità del deserto. L’insediamento è costruito con il solito impasto di sale e fango, all’interno più o meno al centro c’è un interessante e misterioso tempio in pietra a pianta rettangolare, probabilmente risalente al periodo Faraonico, l’edificio si è ben mantenuto e conserva completamente la copertura, all’interno è annerito e si capisce bene che in periodi recenti è stato usato come abitazione. Tutt’intorno al tempio il villaggio si sta rapidamente sgretolando e soltanto pochi tetti che sono fatti con cannicciati ricoperti di fango, sono rimasti a coprire i tronchi di palma e i cannicci penzolanti creano degli affascinanti giochi di ombre nelle mura sgretolate. Sparse per le case ci sono tante tracce di vita quotidiana, dalle piccole macine a mano a un frantoio, che fanno pensare ad un abbandono piuttosto recente, ovunque nelle abitazioni si aprono grandi crepe, uno degli edifici più suggestivi che probabilmente era la moschea, è un grande stanzone con il tetto crollato che conserva dei grandi travi di tronco di palma poggianti su robuste colonne poste all’interno e nel fianco di una parete il rudere ha una piccola abside completamente staccata dal resto della muratura. Ritorniamo da Roxy che ci aspettava sulla via e si prosegue lungo una pista per paio di chilometri arrivando in una grande necropoli dentro il deserto, è un sito molto esteso che dovrebbe risalire al periodo Romano, ci sono centinaia di tombe alcune hanno ingressi importanti con architravi lavorati e all’interno si sviluppano con più stanze, dentro ci sono decine di scheletri e anche qui come nella necropoli vicino al lago di Siwa, molti scheletri sono praticamente integri. La sabbia ha ricoperto quasi tutto ma si capisce bene che questa era una collina, intorno affiorano anche resti di murature importanti, forse dei templi. Ancora una grande necropoli a testimoniare che un tempo questa zona era molto popolata, poi qualcosa di grave deve essere successo, guerre o epidemie o più facilmente le condizioni ambientali si sono modificate velocemente riducendo le risorse idriche, guardando la grande desolazione che ci circonda rimane difficile immaginare grandi insediamenti umani nel passato. La desertificazione è un processo assai veloce e in queste settimane Siwane tante cose ci hanno fatto capire che l’azione dell’uomo, anche quella apparentemente più marginale, può incidere in maniera profonda sui delicati equilibri idrici di questo ambiente, rendendo sterili e inabitabili aree fertili, ma anche come abbiamo visto poco fa rendere fertili zone aride. Sicuramente le dinamiche del pianeta, così delicate e collegate fra di loro, in questi ambienti estremi si leggono meglio e questi luoghi aiutano a ragionare in maniera globale valutando sempre causa ed effetto di ogni azione. È un po’ di giorni che penso, senza avere nessun elemento che me ne dia fondamento, a la causa della scomparsa di questa grande popolazione che gli storici mi sembra di capire collegano alla fine dell’Impero Romani, e se fosse legata a un aumento spropositato della popolazione? Magari legato a un improvviso incremento collegato con la famosa armata di Cambise che invece di essere scomparsa nelle sabbie del Sahara come ci racconta la storia, si era pacificamente dispersa nella fertile depressione Siwana e che magari nei secoli a seguire, anche a causa delle richieste di derrate alimentari da parte di Roma, l’agricoltura si sia sviluppata così tanto da rendere sterile questa grande area, seguendo le stesse dinamiche che oggi stanno portando ad aumentare la salinità del lago di Siwa? Tutte domande che vorrei fare a chi studia la storia e la geologia di queste terre e spero in futuro di averne occasione. Ritornando verso Ovest si entra nel villaggio beduino di Ain Safi, i Siwani rispettano i Beduini ma ci tengano a marcare le differenze e ha non mischiare le etnie e assolutamente non gradirebbero una comunità beduina all’interno dell’oasi. I Siwani sono di ceppo Amazigh (berbero) e i beduini sono di origine Araba, i primi da secoli contadini e stanziali, i secondi da altrettanto tempo pastori e nomadi; e da che mondo è mondo contadini e pastori non si sono mai potuti vede’, che sia all’Elba, in Corsica, in Sardegna, sull’Atlas o nel Rif, nella steppa di Sirte o nella depressione di Siwa, la solfa è sempre quella. I coltivi sono un pascolo ambito per le greggi e i contadini hanno sempre visto i pastori come vagabondi e potenziali razziatori. È un insediamento recente di poche case, quasi tutte di fango e sassi, che sorge in una zona estremamente brulla, nonostante ci sia una conduttura che porta l’acqua non ci sono ne frutteti ne orti, fra le abitazioni ci sono un paio di essenziali fonti (tubo e rubinetto) per l’uso domestico. Si riconosce subito un villaggio beduino, ci sono le greggi di capre e anche qualche pecora, le donne sono velate ma vestite in maniera più povera rispetto alle Siwane e si muovono nel vento che alza la polvere e fa svolazzare le loro vesti. Si vede solo un uomo nel villaggio e sembra felice della sua scelta di diventare un beduino stanziale, anche perché si sta costruendo una casa con i blocchetti di pietra bianca. I beduini a differenza dei Siwani, che sono contadini e preferiscono lavori statici, non sanno e non amano coltivare la terra e ormai impossibilitati alla vita nomade ambiscono a fare tassisti o camionisti, attività che più si confanno alla loro indole errante. Come avevamo già visto in Libia e nella zona mediterranea dell’Egitto, i governanti non amano le popolazioni nomadi e spingono in tutti i modi per farle diventare stanziali con incentivi e sovvenzioni per costruire villaggi e deterrenti e limitazioni per scoraggiare, se non addirittura proibire, la vita nomade. A poca distanza dal villaggio c’è una micro oasi, una specie di stagno dove si concentra la vita animale, ci sono tanti volatili e per la prima volta vedo gli ibis neri, c’è anche un grande falco che volteggia sullo stagno a caccia di prede, ai margini della pozza pascolano gli asini dei beduini con le zampe anteriori legate fra loro, come usavano fare anche in Libia, dentro il laghetto c’è anche un isolotto con un po’ di arbusti secchi e due dromedari, anche loro con le zampe legate, che mangiano polvere e legna secca. È molto bella questa macchia di verde in mezzo al niente brulicante di vita, si avanza ancora un centinaio di metri e ci fermiamo a una sorgente caldissima dove da un tubo bucato esce una nuvola di vapore, l’acqua sgorga dal terreno con una grande potenza e fra i giunchi si vedono gorgogliare le polle, anche qui ci sono tante canne, giunchi e piccoli tamerici e un rigagnolo di acqua calda e rossa che va ad alimentare il vicino stagno. Tornati sulla strada asfaltata avanziamo nuovamente verso est fino ad arrivare a un controllo di polizia posizionato sul limite percorribile senza l’autorizzazione per attraversare il deserto, da qui inizia la pista che attraverso 350 chilometri di Sahara conduce fino all’oasi di Baharyya. Roxy si prende un po’ di informazioni e poi si ritorna verso ovest, gironzolando un po’ tra deserto e palmeti e fermandosi di tanto in tanto a vedere acque sorgive a volte fredde a volte calde, che alimentano le piscine che servono per irrigare. Si incontrano delle piccole oasi veramente rigogliose, con grandi palme circondate da fitti canneti che spesso nascondono le vasche, ci sono anche pozze scavate di recente con gli escavatori e canali di drenaggio che evidenziano uno strato di argilla grigia che segna il limite delle acque superficiali, come avevo già visto nella zona del lago di Malaki, con questi canali profondi invece che drenare il terreno si rischia di portarci dentro il sale e renderlo sterile. Speriamo che la saggezza antica dei coltivatori non venga spazzata via da mezzi meccanici e bramosia; e che al contempo invece si sposi con i nuovi sistemi di irrigazione a goccia, come fa ben sperare una piccola vasca tradizionale di acqua fresca e pulitissima, che collegata ad un impianto a goccia irriga un coltivo. Ci fermiamo a vedere un grande impianto di pompaggio sul lago di Zaytun, anche qui ci sono tanti pesci, il lago è già in gran parte secco e bordato da grandi placche di sale, verso l’interno si estende in un suggestivo scenario formato dal fondo di fango salmastro arricciolato in forme geometriche e poi in pozze sempre più ampie che regalano effetti miraggio, fino a perdersi nell’orizzonte di dune sabbiose. Rientriamo verso Siwa ripassando dalla strada che attraversa il lago salato, è uno dei tratti più belli con gli isolotti di fango che sbucano da tutte le parti e i grandi cristalli di sale che si addensano sul terreno ai margini dell’acqua. A Roxi il lago salato proprio non piace, lo considera inutile e dannoso, gli spiego che lo trovo bellissimo e che mi ricorda il mare e che se fossi un Siwano organizzerei dei giri con le canoe nei laghi principali per visitare i tanti isolotti, mi dice perplesso che non avrei concorrenza perché nessun Siwano farebbe mai una cosa così stupida, anche in questa conversazione ci ritrovo qualcosa di familiare e già sentito. Rientrati a Siwa, tempo di mangiare qualcosa, andiamo a vedere un bel tramonto da una nuova angolatura e poi si passa a salutare Mohamed nel suo studio dentro la vecchia città.
Lunedì 23 marzo 2009 Oasi di Siwa - Egitto
È Piovuto È piovuto veramente e stamattina le vie sono con le pozzanghere e senza polvere, Shali è piena di magia con le mura bagnate che riflettono la luce, i colori dei bastioni si sono saturati con la pioggia e le mura da biancastre sono diventate giallo ocra, acquistando però anche tante sfumature, i bordi superiori delle pareti impregnati d’acqua sono diventati marroni e disegnano una frastagliata ondulata cornice su tutto il complesso. Entrando dentro Shali si ha la percezione netta della sua fragilità e del suo continuo cangiare, è bastata una pioggerellina di qualche ora per sciogliere un po’ di kirshif e plasmarlo in nuove forme, sempre più fantasmagoriche e lontane dalla sagoma originale. Anche il grande minareto della vecchia moschea oggi è diverso, le sue alte pareti irregolari e sinuose hanno colori più marcati che ne esaltano la forma originale, il minareto sale verso il cielo come il collo di un enorme giraffa con il mantello pezzato di sale lucente e fango intriso di acqua. Mentre si cammina Shali si sgretola e si sfalda sotto i piedi, le murature sono intrise d’acqua e si sciolgono all’interno, i ruderi ormai senza più tetti sono destinati a diventare una collina informe di fango, se piovesse intensamente per un paio di giorni sarebbe la fine. La millenaria fortezza ormai senza manutenzione rischia di scomparire per sempre e quello che è peggio è che l’unica preoccupazione della gente sia quella di cementificarne il circondario, il rischio di venire qui fra qualche anno e trovare una collina informe circondata da palazzine in cemento armato è purtroppo assai verosimile. L’aria è di un fresco pungente, ma la pioggia ha lavato anche il cielo e il panorama dal culmine della fortezza è superbo in tutte le direzioni, sembra tutto più vicino del solito. Appollaiato sul moncone di un trave di palma, un falco immobilizzato dal freddo mi osserva con sguardo da saggio, anche i piccoli “mola mola” sono accorsi dentro le mura a visionare gli effetti della pioggia dentro Shali. La luce, i colori e le forme stamani sono belli più che mai dentro la fortezza di fango e sale, che oggi più che mai ci ricorda la natura transitoria e mutante di ogni cosa. Fa veramente freddo e per scaldarci entriamo in un barettino per prendere un the caldo, è il ritrovo dei poliziotti che se ne stanno tutti qui imboscati, a Siwa si fanno vedere poco, solo quando arrivano i gruppi dei turisti organizzati. I Siwani non li hanno in grande simpatia, i militari sono tutti egiziani e li considerano stranieri, un vero Siwano non farebbe mai il poliziotto e a Siwa comunque, nonostante siano presenti tutte le varie cariche dello stato, l’autorità più importante è ancora lo sceicco. Ritorniamo nella zona degli scheletri vista ieri, sono bastati pochi millimetri di pioggia e quello che ieri era un terreno crocchiante oggi è un pantano rosso e appiccicoso. La necropoli ha diversi pozzi che permettono di entrare nelle sepolture, fa impressione vedere questi scheletri integri e dalle ossa si vede che erano uomini piuttosto alti, i tanti crani dopo un po’ che ci sei in mezzo non fanno più impressione, diventano una delle tante forme della natura, come le rocce o i blocchi di sale, quello che fa impressione è quanta differenza ci sia fra un cranio e l’altro. Dal palmeto arriva un Siwano con un carretto, è gentile e curioso, gli chiedo delle tombe e del paese ma mi dice solo che sono morti tanto tempo fa e che il paese è abbandonato, ride perplesso delle mie domande idiote, come se non si vedesse che questi sono morti e che il paese è abbandonato. Il concetto di storia qui, ma un po’ in tutto il Nord Africa, è diverso dal nostro, quello che conta è il presente, il passato è come un unico grande periodo che va da ieri in poi e il futuro lo conosce solo Allah. Questa semplificazione storica che nell’ignorare il passato accomuna tutti è tipica della cultura islamica, secondo me è uno degli aspetti che ne spiega meglio la diffusione. È entrato un vento teso e secco che sta asciugando rapidamente tutto, il sole fa brillare le grandi piastre bianche di sale che ricoprono le pozze prima del “mare di fango” da cui spuntano come bolle di pongo color vinaccia, degli scivolosi accumuli di argilla. Ritorniamo nel paese fantasma le cui mura contorte e forate sfidano la fisica, i cani codardi scappano tutti grandi e piccini, meno uno, il cucciolo dormiente, più coraggioso e sereno o forse solo più pigro, che ignorando la nostra presenza al ridosso di un muretto si gode il sole caldo con gli occhi chiusi e il sorriso stampato sul musetto. Il lago da ieri a oggi ha cambiato totalmente aspetto, il vento teso ha alzato le onde che biancheggiano energiche spinte dal ponente. Tornando indietro raggiungiano con una stradina a pelo d’acqua un isolotto verdeggiante ricco di palme rigogliose, dentro è come una giungla con tanti giunchi e canne, all’interno dell’isola-oasi c’è una piscina di acqua calda alimentata da una vigorosa sorgente che sale bolleggiando fino alla superficie, dando movimento ai toni cangianti di verde e di blu della massa liquida, la vasca alimenta dei canali che irrigano la parte ancora coltivata dove ci sono delle palme stracariche di datteri, è un isolotto colorato e vitale questo, ci sono tanti uccelli, libellule e nei canali più profondi tanti pesci, la vegetazione fitta ripara dal vento, fa caldo e regna il silenzio. Ritornando allo scoperto si vede che il vento sta facendo avanzare delle nuvole di sabbia dal deserto, in poco tempo il cielo diventa fosco e ritorna il freddo. Al tramonto il cielo è una coltre di polvere infuocata, ma poi tutto si ferma e si accende una grande stellata.
Domenica 22 marzo 2009 Oasi di Siwa - Egitto
Gli scheletri misteriosi e l’Insegnante di Marsa Matruh La mattina se ne va a internet fra Viottolo e invio di bozze a riviste, poi nel pomeriggio si va a fare un giro verso il lago principale. Appena fuori dal paese, vicino a una sorgente incontriamo dei bimbi che stanno caricando l’acqua sui carretti per portarla a casa, mentre altri si lavano nella vasca di acqua calda alimentata dalla stessa sorgente. Avvicinandosi al lago le palme lasciano il posto a orti circondati da canali salmastri, è un ambiente ardito per coltivare, fatto di terreno salmastro e poggioli di terra rossa da dove si vede il lago con gli isolotti sterili e le dune del deserto sullo sfondo. È una giornata fredda e in giro non c’è nessuno, avanzando fra affioramenti di rocce rosse e piccoli laghetti ricoperti da piastre di sale, arriviamo a una piccola collina brulla con tanti loculi, è una necropoli che conserva tanti scheletri, si sviluppa su più livelli e le sepolture sono diverse decine, come sempre è difficile dare una datazione, il deserto e il sale rallentano tantissimo i tempi di decomposizione sui cadaveri rendendo simili corpi che hanno qualche decennio con cadaveri millenari, ma i loculi scavati nella pietra fanno pensare ad epoche precedenti a quella islamica o perlomeno a retaggi di precedenti culti dei defunti. È un sito in completo abbandono e i tanti teschi sparsi intorno alle sepolture fanno pensare più che a scavi di studio a profanazioni o riti di magia nera, il posto è molto interessante e ci voglio tornare per approfondire. Intanto continuiamo a perlustrare, a qualche centinaio di metri in direzione del grande “Birket”c’è un’isola con un villaggio in kirshif abbandonato, per arrivarci si attraversa un tratto di lago secco il cui basso fondale si è trasformato in un deserto di incartapecoriti lastroni di fango e sale. L’isola fantasma è abitata da un numeroso branco di cani paurosi e afoni, come tutti quelli fino ad ora incontrati in Africa. Il paese abbandonato è spettrale, dei tetti è rimasto solo il resto di qualche trave sbiancato fatto con i tronchi di palma che sbucano dai muri sciolti e deformati e pareti dalle forme incredibili. Era un agglomerato piuttosto grande, con almeno una cinquantina di case e anche qui è difficile capire quando è stato costruito e quando abbandonato, quello che si capisce bene osservando i tronchi secchi delle palme in mezzo all’acqua, è che il livello del lago si è elevato di recente. La luce ovattata, il vento freddo e i nuvoloni grigi che si stanno addensando verso il deserto Libico, danno a questa laguna un aspetto primordiale, sembra quasi che debba apparire un dinosauro da un momento all’altro, invece arriva un tramonto infuocato con il sole che buca le nuvole e trasforma il grigio in arancione prima di scomparire dietro l’Adrar Amellal. Come succede quasi sempre rientriamo che è notte, comunque in tempo per incontrarci con Athar, l’insegnate di inglese delle scuole medie di Siwa con cui abbiamo un appuntamento. Silvia e Daniela si sono date un gran daffare cercando la miglior soluzione per stabilire un contatto di Base Elba a Siwa e dopo che Silvia ha sondato la fattibilità con i dirigenti scolastici locali e con gli insegnanti, abbiamo fissato questo incontro. Athar è di Marsa Matruh, è molto giovane ed è grande amica della sua coetanea Daniela, è una ragazza intraprendente e con idee molto aperte, nonostante l’abito rigorosamente islamico induca a pensare diversamente. Non ha nessuna intenzione di sposarsi, vuole studiare, insegnare e viaggiare. Le faccio leggere il progetto di “Base Elba” in arabo e un articolo che ha pubblicato su di noi un giornale Cairota e qui, dimostrando la vocazione per l’insegnamento, si mette a correggere anche l’articolo dicendo che parla molto bene di noi, ma ci sono tanti errori grammaticali nel testo. La sua famiglia vorrebbe che insegnasse in una scuola più vicina a Matruh ma lei vuole restare qui perché vuole dare un opportunità a questi ragazzi a cui è affezionata e poi pensa che i suoi allievi vivrebbero questo come un tradimento. Il progetto le piace ed è molto contenta di fare da referente per Siwa per iniziare a stabilire un primo contatto. Con la ferma intenzione di arrivare in tempi ragionevolmente brevi a uno scambio di visite, ci lasciamo con l’intento di risentirci a brevissimo e se fosse il caso di andare giovedì insieme a Matruh, dove c’è la sede del governatorato a cui fa capo la scuola di Siwa, per discutere del progetto con i dirigenti della regione. Mi piace il senso pratico e la voglia di concretizzare con dei fatti di queste donne e ripenso alle analisi lucide e spietate che Athar ha fatto sulla società egiziana, sulla politica, l’istruzione, la condizione delle donne, l’islam, mi piacerebbe tantissimo che Athar venisse all’Isola, anche per dare un metro di paragone a tante sue coetanee che si credono emancipate solo perché vanno in giro con le mutande più in su dei pantaloni e si drogano con regolarità. Un confronto di culture e soprattutto di persone che vada oltre gli schemi precostituiti e i giudizi e per questa opportunità devo ringraziare tantissimo Silvia e Daniela, che oltre a stabilire il contatto, mi hanno permesso questo dialogo altrimenti impossibile a causa della mia repulsione verso questa antipatica lingua anglofona, che però nel mondo quasi tutti parlano. È già domani da un bel po’ quando si esce da internet e sta succedendo una cosa incredibile: piove a Siwa, è una pioggerellina rada e sottile ma per questa oasi è un evento straordinario.