Sabato 23 maggio 2009 da Nuweiba, Egitto ad Aqaba e Amman, Giordania
La nave dormitorio e il pullman dei Magheggi Sveglia e snorkeling, stamattina c’è bassa marea e per tuffarsi bisogna camminare per una cinquantina di metri, poi finalmente si nuota, a duecento metri dalla riva c’è il primo ciglio della barriera corallina dove fra coralli multicolori vive una grande varietà di pesci, purtroppo i coralli in molti punti sono morti anche perché la gente li spacca per staccare delle conchiglie commestibili che ci vivono inglobate, la temperatura dell’acqua in superficie è piacevolissima, però basta scendere un paio di metri per trovarla assai fredda. L’incontro più spettacolare di stamattina è un pescione lungo circa un metro con la coda sfrangiata verde e viola, ma la cosa più bella è nuotare, il mare mi mancava proprio. Esco dall’acqua che è già il tempo di partire, lasciamo buona parte del bagaglio nel campeggio e con un passaggio raggiungiamo il porto. Il biglietto passeggero è caro, 400 pound a persona, passiamo i controlli della dogana insieme a un gruppo di autisti libici e poi a piedi raggiungiamo l’imbarco, risalendo una grande fila di camion pronti per salire a bordo. Anche qui passiamo un paio di controlli sulla nave e poi si sale in coperta dove tutti cercano un posto all’ombra per sdraiarsi, è incredibile la capacità di adattamento della gente nel prendere la forma delle sagome scure dell’ombra, anche le più contorte. Il caldo è amplificato dall’assenza di vento e nel mare piatto si vedono un po’ di meduse che danzano a pelo d’acqua attirando l’attenzione delle gabbianelle. La nave ritarda di un paio d’ore la partenza per imbarcare tutti i camion in attesa a banchina che portano principalmente in Giordania i prodotti agricoli provenienti dal delta e dalla valle del Nilo. Verso le tre la nave stacca e si allontana lentamente dalla banchina per poi puntare la prua in direzione Nord Est, il Golfo di Aqaba è contornato da montagne brulle, la differenza principale è che la costa egizia è in gran parte cementata, mentre quella arabica è disabitata e completamente selvaggia, si naviga dentro la storia, le storie e le leggende della bibbia e del corano si sono svolte in gran parte fra queste montagne aride. La nave è un grande dormitorio, viene ravvivata dall’energia di un gruppo di delfini che si diverte a saltare sulla scia, si naviga da circa tre ore e ormai siamo nel punto terminale del golfo di Aqaba che è chiuso da un grande centro abitato, in realtà sono tre città di altrettante nazioni, infatti Taba in Egitto, Eilat in Israele e Aqaba in Giordania, sono praticamente attaccate, mentre ad est sul confine Giordano-Saudita si vede solo un grande complesso turistico con il mare antistante che pullula di motoscafi e moto d’acqua. Il traghetto si prepara per attraccare su un pontile dentro il porto commerciale colorato da tanti container e poi solo montagne impervie, potenti e desolate; ferma a banchina una grande nave mercantile che avevo visto transitare nel canale di Suez, qualche mese fa. Prima di sbarcare la polizia giordana ci trattiene i passaporti, lasciata la nave si attraversa un tunnel poi un bus navetta ci porta alla stazione marittima, solite formalità doganali, poi ci consegnano i passaporti con i timbri del regno hashemita di Giordania. Mentre si cerca di capire quale mezzo prendere, un episodio che ci fa capire che questo è un paese diverso dall’Egitto: un bimbo raccoglie la carta di un gelato e la butta nel cesto della spazzatura. Si sale su un bus mezzo vuoto e si parte in direzione del centro, si cambiano ancora due pullman, alla fine con tre pullman mezzi vuoti ne hanno fatto uno troppo pieno, una scazzottata fra bigliettai e passeggeri e si parte. Aqaba è un porto franco e si vede bene, ci scorrono intorno le vetrine illuminate di decine di negozi soprattutto di liquori e hi-tech. La maggior parte dei passeggeri sono donne e bimbi che dopo una giornata di mare e compere rientrano verso Amman. Usciti dall’area urbana ci fermiamo ad una specie di ingresso autostradale per un controllo di polizia, i doganieri fanno aprire la bauliera e tutti i bagagli tranne il nostro, controllano anche che il pullman non abbia doppi fondi, le donne mentre aprono le borse fanno un gran casino, lamentandosi e spargendo le merci, soprattutto coperte, scarpe e vestiti e mentre i poliziotti controllano i bagagli, fanno circolare sacchetti di merci fra un cumulo e l’altro, mandando in confusione i militari che non ci capiscono più niente, il finestrino del pullman è una postazione privilegiata per vedere tutti questi magheggi, fra uno sventolare danzato di veli neri è tutto un apri, chiudi, gira, ruota, scambia, ritorna, chiama e saluta, ammicca, protesta, piangi e ridi, sorridi, deridi e canta … dopo un’ora di intenso spettacolo ad alti livelli i poliziotti sempre più confusi e ormai fusi, fanno richiudere tutto e si riparte. Arriviamo ad Amman verso le quattro del mattino, dalla stazione con un taxi scendiamo nella downtown, la via è tutta un saliscendi, sembra di essere dentro una puntata di “sulle strade di San Francisco” Arriviamo nella città vecchia insieme alla prima chiamata alla preghiera del muezzin, la citta è deserta, seguendo un’insegna suoniamo un campanello e ci sistemiamo in un fonduk.
Venerdì 22 maggio 2009 Nuweiba - Egitto
La barriera corallina Finalmente do sfogo alla mia voglia di mare, la maschera subacquea dopo che per mesi ha fatto da zavorra nello zaino ritorna in mare, l’ultima volta era stata usata a Cap Bon in Tunisia. Nei primi metri di basso fondale cazzi marini giganti e strani ricci dalle lunghe spine, poi inizia la barriera corallina abitata da tanti pesci colorati, quelli che fino ad oggi avevo visto solo sui libri o alla televisione, i pesci pappagallo, scorpione, i grandi napoleone e tante altre strane creature dai colori sgargianti, peccato che la macchina fotografica sub non va. In serata rientrando al campeggio troviamo un grande crostaceo che assomiglia a una cicala gigante, Salem un pescatore beduino che sembra un orco, lo ha regalato ad Abdallah, Serena che sta decisamente meglio anche stasera si mette ai fornelli e prepara uno spaghetto sublime, assai apprezzato anche da Abdallah e da un paio di beduini che lo mangiano con noi. Poi sfruttando la wi-fi mi sento con Roberto per definire gli ultimi dettagli per il lancio sulla stampa locale Elbana di Base Elba a Kerkennah.
Giovedì 21 maggio 2009 da Kharga a Nuweiba - Egitto
Dal Nilo al Golfo di Aqaba Lo stradone risale dritto l’Egitto, in alcuni tratti il deserto diventa più chiaro e riflette la luce delle stelle facendo intravedere le sue sagome sinuose, come da prassi il pullman avanza a fari spenti. Lasciamo la strada principale e prendiamo una deviazione per Asyut, la città che si sviluppa sulla sponda occidentale del Nilo famosa per essere uno dei centri Egiziani in cui l’integralismo islamico è più forte. Asyut fino a centocinquant’anni fa era la sede del più grande mercato di schiavi d’Egitto e anche il punto di arrivo della famosa Darb al-Arba’een, la via carovaniera dei quaranta giorni proveniente dal profondo Sudan. La notte viene accesa da un grosso complesso illuminato da tante luci che si riflettono e si spandono dentro nuvole di polvere creando un’ambientazione diabolica, che poi si rivela essere un enorme cementificio, passiamo una mezz’ora sgradevole partecipando a una folle gara fra il pullman e dei camion che dura fino all’ingresso nel centro abitato, dove si iniziano a vedere i canali secondari del Nilo. Ci fermiamo in una stazione per bus buia e malconcia dove facciamo rifornimento di gasolio, pochi minuti e si riparte ripercorrendo la stessa via fino a ritornare sullo stradone principale, la corsa a fari spendi riprende spedita nella notte, finché l’aurora ci svela un deserto color cammello da cui poco dopo sorge un sole gigante. La strada recente è ben fatta, avanza sempre dritta nel deserto che ora è diventato di roccia, una bolla di smog all’orizzonte ci annuncia che ci stiamo avvicinando alla terribile periferia del Cairo. L’agglomerato sta invadendo il deserto con discariche, baraccopoli e palazzine orrende, senza gradualità ci si trova dal deserto ad essere inglobati nel traffico urbano, le palazzine appiccicate le une alle altre si perdono nella nebbia di veleno che avvolge tutto. Non riesco ad immaginarmi una cosa più simile all’inferno, della periferia del Cairo, un luogo perfetto per coltivare l’abbrutimento dell’essere umano, questo posto è un crimine contro l’umanità, non è accettabile far nascere e crescere milioni di bimbi in questo schifo di puzzo e cemento sovrastato da grandi cartelloni pubblicitari. Un sotto passaggio ci inghiotte e quando si esce ci ritroviamo davanti alla modernissima bus station, le porte a vetri automatiche si aprono e ci si trova dentro una grande e asettica hall silenziosa e pulitissima dove tutti, dai poliziotti ai camerieri, ai numerossissimi adetti alla pulizie, sembrano delle comparse. Per andare ai pullman si prende una scala mobile che scende al vero garage della “truman show station” dove la fortuna ci assiste e in pochi minuti siamo già sul bus che sta partendo per Nuweiba, una cittadina egiziana affacciata sul Golfo di Aqaba, da dove prenderemo il traghetto per il porto di Aqaba in Giordania. Ci vuole più di un’ora per lasciare il taffico del Cairo, il pullman è mezzo vuoto e c’è anche qualche turista indipendente diretto nella regione del Sinai, mi aspettavo di rivedere il canale di Suez dal ponte che lo attraversa e invece passiamo sotto al tunnel “Ahmed Hamdi”con i suggestivi cartelli che indicano la profondità. Sbuchiamo nella penisola e iniziano i tanti posti di blocco dei militari, dove ogni volta ci controllano i passaporti, la via attraversa il Sinai dall’interno, è un deserto di roccia brullo e gli unici arbusti che si vedono sono delle rare acacie, ogni tanto dal nulla spunta qualche piccolo villaggio di baracche. Superiamo un paio di piccolissimi villaggi di cubi di cemento grigi dove l’unico edificio colorato è la moschea e poi ci fermiamo per la pausa pranzo nei pressi di Nakhl che è un insediamento piccolo ma importante perché qui si incrocia la strada (controllata da un blindatissimo posto di blocco) che salendo verso nord conduce a Al-Arish sul mediterraneo. Sul pullman ci sono anche due americani, i classici yankee pallidi, biondicci e grassi, che si fanno “spennare” compiacevolmente dal ristoratore, che col dollaro nell’occhio anche da noi pretende uno sproposito per un quarto di pollo mummificato, naturalmente pago il giusto, parte una sceneggiata di una ventina di minuti, il più insistente è l’autista che voleva la sua tangente sul pollo poi, anche per le proteste degli altri viaggiatori, si riparte fra i moccoli dell’autiere. La monotonia del paesaggio è interrotta da un aeroporto che come una visione appare dal niente, ci sono tanti aerei civili e militari, poi ritorna ad essere un altopiano di deserto roccioso, finché cominciamo a vedere delle belle montagne rossastre. La strada inizia a scendere sinuosa dentro delle strette gole che regalano paesaggi suggestivi ed arcigni, senza rendercene conto eravamo saliti tanto, la discesa dentro questi stretti e spettacolari canyon colorati continua ripida finché non ritroviamo il mare, siamo sulla sponda egiziana del golfo di Aqaba. Nuweiba, la nostra meta, è a una sessantina di chilometri da qui in direzione sud, prima però si prosegue verso nord in direzione di Taba, ultimo insediamento in territorio Egiziano prima del confine Israeliano. Meglio, così ci vediamo questo tratto di costa dove si trova anche la famosa Isola del Faraone, un piccolo isolotto vicino a riva quasi interamente occupato da una fortezza che fu costruita dai crociati all’inizio del XII secolo e successivamente ampliata dal famoso Salah ad-Din, dalla quale sventola una grande bandiera Egiziana. Ancora costa rovinata dal cemento e poi si arriva a Taba dove scendono quasi tutti, ripassiamo davanti all’Isola del Faraone e lo spettacolo triste di una costa devastata dal cemento, che si affaccia su un mare dai colori veramente belli, la maggior parte delle strutture sono incompiute e tante danno l’idea di essere abbandonate. La situazione di grande degrado sul lato mare della strada è amplificata dagli scarnai e malandati villaggi beduini a monte della via. Nei pochi punti che sono scampati al cemento il paesaggio di una bellezza angosciante, regala grandi suggestioni, con le montagne ripide e brulle che si spengono nel turchese del mare, e comunque subisco il fascino di trovarmi “dentro la Bibbia” e quello di essere in una delle zone geopoliticamente più importanti del mondo. Sul pullman siamo rimasti noi, i due yankee e un paio di egiziani, arrivati a Nuweiba porto l’autiere tangentista ci vuole scaricare in un albergo dicendo che è l’unico posto dove gli stranieri possono dormire, gli americani abboccano, noi si prosegue fino al porto, al tranviere l’idea di non beccare nemmeno un pound da noi non va proprio giù, e si propone di procurarci un taxi per andare in un campeggio, perché il porto è “dangerous”. Ignorando le sue cazzate prendiamo gli zaini e ci avviamo, mentre “tangente” mi saluta in arabo ma suona proprio come un vaffanculo. L’idea è di andare nella zona di Tarabin, a una quindicina di chilometri da qui, dove ci sono i campeggi, ci si ferma al bar del porto a prendere un the e poi dopo le immancabili trattative un pik up ci accompagna a Tarabin. La zona sembra in gran parte abbandonata, entriamo in un campeggio e ci troviamo Abdallah, egiziano che ci dice di aver vissuto trent’anni in italia. È un gran bel posto e anche economico, ci fermiamo. Il sole al tramonto illumina le montagne arcigne dell’Arabia mentre tramonta dietro le vette ancora più aspre del Sinai. Ci piazziamo nella capanna e si ritrova il norvegese incontrato a Mut che da un anno viaggia in moto. Nel frattempo è arrivato un pescatore che ha regalato un po’ di triglie ad Abdallah il quale ci invita a cena ingaggiandoci come cuochi, Serena prepara un eccellente spaghetto con le triglie, che dopo mesi di alimentazione sahariana sono la realizzazione di un sogno proibito. Il posto è molto bello e la voglia di fare il bagno è tanta e nonostante la stanchezza, Serena sta meglio, quindi decidiamo che domani ci fermiamo qui. Nel campeggio oltre al proprietario e noi c’è solo una tedesca. Abdallah mi spiega che qui lavoravano prevalentemente con gli israeliani, poi le vicende politiche degli ultimi tempi hanno bloccato questo flusso, ora stanno aspettando con grande ansia il viaggio di Obama in Egitto nella speranza di una distensione politica che riporti in questi lidi i turisti della nazione confinante. Tarabin è un villaggio beduino e in tarda serata diversi ragazzi vengono verso il mare, mi spiegano che vengono al mare per dormire perché pur avendo le loro case, i ragazzi dall’adolescanza fino a quando non si sposano non dormono mai in casa, ma in giro e di solito specialmente in estate, sulla spiaggia.
Mercoledì 20 maggio 2009 da Dakhla a Kharga - Egitto
Si parte Serena sta meglio, decido di partire per la Giordania per andare a fare dei controlli medici ad Amman, la Giordania è la soluzione migliore per fare le analisi mediche e nel contempo rinnovare il permesso di soggiorno, stanno scadendo i sei mesi in Egitto e come sospettavo a Kharga non si può fare, e poi è un’opportunità per vedere la Giordania e la mitica Petra che ho una gran voglia di rivedere. Mut mi è diventata familiare e questa partenza anticipata lascia un po’ di cose incompiute, ma sicuramente torneremo, anche perché voglio visitare approfonditamente il villaggio di Al-Qasr che abbiamo solo intravisto arrivando da Farafra e gli importanti siti archeologici vicini, il tempio di Deir al-Haggar e la famosa necropoli dipinta di Muzawaqa, mentre a sud di Mut i villaggi di Balat e Bashendi, dove nei pressi di Ain al-Asil, l’antica capitale dell’oasi di Dakhla nel periodo faraonico, si trovano sei grandi Mastabe in mattone crudo costruite circa quarantaquattro secoli fa durante la VI dinastia per onorare e ostentare il prestigio dei potenti governatori della regione. Ma ora la priorità è la salute. Dopo le solite trattative alle 20,30 si parte con un bus che collega direttamente Mut alla stazione centrale del Cairo, l’avvio è lento si attraversa la cittadina fermandosi tre o quattro volte, dal finestrone lezzo del pullman vedo scorrere le solite scene di quotidianità, i carretti che rientrano dalla campagna, i venditori di minestra, i poliziotti abulici, poi la strada ritrova il deserto e il torpedone si lancia veloce nella notte buia fermandosi solo agli immancabili posti di blocco dei militari . la monotonia del viaggio è bruscamente interrotta da un incidente, un pik up è uscito fuori strada ribaltatosi con il carico di pecore e capre, l’autista, turbante e galabiyya bianca, se ne sta immobile seduto a bordo strada, mentre tutt’intorno gli agnelli e capretti irrigano il deserto con grandi pisciate di terrore, dentro la gabina del furgone ci sono due capre che ritte sui sedili si stanno mangiano la pelliccia di un parente stesa sul cruscotto. Qui viene fuori la solidarietà islamica, dal pullman scendono tutti a sincerarsi sulle condizioni dei due ruzzolati e poi dopo gli opportuni ringraziamenti ad Allah, al grido “arabìa arabìa” i passeggeri del bus raddrizzano il pik up e lo rimettono in strada. È mezzanotte quando si arriva a Kharga, il capoluogo del governatorato della nuova valle, una sosta breve nella scarna stazione e si riparte.
Martedì 19 maggio 2009 Mut, Oasi di Dakhla – Egitto
Le tisane di Elba Serena tra il delirio febbrile e l’esasperazione da litania, stamani vuole uccidere il muezzin. Tutta Mut è preoccupata per Serena, alla gente fa strano vedermi a giro da solo, il fruttivendolo, Assaria, Malica, Farath, tutti mi chiedono “uèr Serena?” ognuno ha una soluzione: l’ospedale, le tisane di Elba -che qui sarebbe la pianta di finocchio- la carne di capra, special egyptian food. La cosa da fare sono dei controlli medici, ma questo non è certo il posto indicato. Faccio un salto a internet per definire con Roberto il comunicato stampa per il lancio di Base Elba sui giornali locali, al rientro incontro le volpi, sono sempre più magre e gironzolano fra i vicoli come spettri