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La duna più alta
Le prime ore della mattina le passiamo vagando fra le dune del Murzuq, a un certo punto ritrovo un paesaggio familiare, il vento ha plasmato le sabbie disegnando il lato nord dell’Elba. Col medesimo orientamento ovest-est mi ritrovo al Ferrale, sotto di me la collina del Poggio, poi il Viticcio, l’Enfola e in lontananza Capo Vita, al posto del mare un lago di sabbia e dietro di me una duna più alta a mo’ di Capanne. Il deserto richiede il silenzio anche il rumore dello scatto della macchina fotografica disturba, sempre di più mi ricorda il mare, smisurato, potente, ti concede di stendere liberamente i pensieri e ti quieta i tormenti. È ammaliante nella sua immensità ma anche nel dettaglio delle piccole sfere policrome di quarzo che insieme alle loro ombre ruzzolano sospinte dal vento, perché come il mare anche il deserto non si ferma mai. 
Partenza a tuffo e subito la sorpresa di una duna bianca e poi si ritorna nella pianura rossa della terra bruciata con zucche e sterpaglie per poi rientrare nello sterile deserto di pietra nera del Msak Settafet per raggiungere lo Wadi Methkandoush. Il percorso è sempre più impegnativo per via delle pietre taglienti, è una zona senza piste e priva di riferimenti. Un altro pozzo di petrolio e poco più avanti, in una zona meno impervia, una pista di atterraggio delimitata da grossi pneumatici di ruspa, è l’aviosuperficie del campo petrolifero e poco più avanti il container dove alloggiano i ricercatori asiatici, il paesaggio alieno e le antenne paraboliche intorno fanno molto “base luna”. Ancora deserto nero, si avanza lenti e singhiozzanti nell’apocalittico lastriticato sconnesso dell’oceano di pietra dove tutto sembra evaporare, nei pressi del Wadi Methkandoush troviamo alcune tombe che Yaya dice risalire a tempi remoti, sui cumuli ci sono dei “sassi ritti” tre per la sepoltura della donna e due per quella dell’uomo. E poi il grande fiume secco, il famoso Wadi Methkandoush, dove si trova la più grande “collezione” di arte rupestre del mondo. L’arrivo è un po’spoetizzante ci sono alcune bancarelle con l’artigianato tuareg e qualche fuoristrada parcheggiato, con le dovute proporzioni un po’ come all’Isola dopo una giornata selvatica quando sbuchi dalla macchia e ti trovi davanti alla villa di Napoleone. “Arabi sempre di più” Yaya e Haroun non ne possono più di queste guide tripolitane che sempre in maggior numero accompagnano turisti, io li capisco bene anche a me si torcevano le budelle a senti’ parla’ le guide continentali de l’Isola e degli Elbani, i pallidi turisti anglofoni spariscono velocemente spaventati dalle mosche e dal caldo e noi scendiamo a piedi nel grande Wadi. Il letto del fiume è sabbioso e camminando si alza la polvere, ma quando piove si riempie velocemente come testimoniano le sterpaglie incastrate nei rami delle acacie a un’altezza di più di tre metri dal fondo del Wadi. I graffiti che si trovano incisi nella scura arenaria sono tra i più antichi del pianeta, dovrebbero risalire a più di dodicimila anni fa, sono tantissimi e molto belli, e ci raccontano di un Sahara abitato da bufali, giraffe, elefanti, struzzi e rinoceronti, e ancora ippopotami, asini, antilopi, iene e sciacalli. Sono molto grandi e perfetti sembra impossibile che siano risalenti a un’epoca così arcaica, ce ne sono centinaia e si sviluppano su un fronte alto una cinquantina di metri per diversi chilometri, ci sono anche delle incisioni di cerchi decorati, uno scorpione gigante, un uomo dalla testa spropositata e due uomini gatto che forse erano antiche divinità. È un luogo favoloso ma bisogna fare attenzione ci sono continue tracce di topi e sicuramente ci sono tanti serpenti. Dopo un paio d’ore torniamo al punto d’ingresso del Wadi  Methkandoush, andiamo a vedere altri grafitti al Wadi Ingalgan “dove arabi no sa” Yaya mi dice che di incisioni rupestri ce ne sono migliaia, decine di chilometri per ogni Wadi e me ne elenca una serie lunghissima “uhihhh !! Wadi TatakanehtWady ….” e che quelli del Methkandoush sono i più famosi solo perché facili da raggiungere dalla pista di Germa. La valle dell’Ingalgan sembra il clone della precedente, anche qui i graffiti sono bellissimi, ci sono tantissimi elefanti e giraffe, e anche un camaleonte che lancia la lingua. Mentre si mangia sotto un acacia ci fa visita il solito serpente velenoso, questo è più grande e aggressivo rispetto a quello di ieri e ci lascia malvolentieri la “piazzola” ombreggiata.
Torniamo verso il Murzuq, mentre si attraversa la terra bruciata si vedono le scie polverose di altre macchine e Yaya e Haroun si interrogano su chi sono e che fanno, come in mare quando navighi a largo e vedi le navi in lontananza e cerchi di capire chi è e che rotta fa. Il tempo comincia a incupirsi mentre ritroviamo il Murzuq e il sole filtrato dalle nuvole glassa con una patina di grigio lucido le prime dune. Entriamo nel campo di dune, il riflesso rende tutto ovattato e si perde la percezione dei rilievi, come sulla neve quando c’è nebbia. Ancora fish fash che inesorabile ci respinge e ci fa cercare un altro varco, ci addentriamo ancora in profondità, ma ci blocchiamo in un lago di fish fash. Con Serena vado a fare un giro di un paio d’ore in questo universo rosato, un paesaggio infinito e indefinito, colori cangianti ammorbiditi e incipriati dalla velatura del cielo.
ultimo tratto in macchina entrando ancora più all’interno e poi la sosta definitiva al cospetto di  dune ciclopiche, le più grandi di quelle viste fino ad ora. Fa freddo e il vento spazza la sabbia, saliamo verso al duna più alta, non so dire quanto ma è una montagna, il lato esposto al vento è duro e compatto e i cristalli sferici di quarzo ci camminano sopra veloci, poi raggiunto il culmine si tuffano a ridosso e lì si fermano gli uni su gli altri formando uno strato di sabbia morbida che osservata in dettaglio sembra un accumulo di perle colorate. La salita è esaltante con il Murzuq che piano piano si svela in tutta la sua immensità, non se ne vede la fine ma si estende per oltre quattrocento chilometri. All’inbrunire siamo sulla la duna più alta, la notte a est è già scesa mentre a ponente dal tavoliere nero del Msak Settafet si stagliano nel cielo plumbeo le fiamme dei pozzi petroliferi dei sauros coreani. Il vento gelido leviga le dune e spinge i detriti nei crateri di sabbia formatisi sottovento, arriviamo al campo che è notte fonda, è la prima notte nel deserto veramente buia, Ayor e Itran (la luna e le stelle) sono coperte dalle nuvole, è una serata gelida e nonostante il fuoco acceso ogni tanto viene da fare una corsetta. Il Murzuq è uno di quei luoghi speciali in cui fra qualche anno vorrei tornare, sono rimasto stregato da questo universo di sabbia e mentre monto la tenda benedico il giorno in cui ho deciso di partire per questo viaggio