In viaggio
Domenica 30 novembre 2008 Marsa Matrouh - Egitto
Image Uragano sull’Elba, Egitto calma piatta
E’ una giornata bellissima, estiva e stare chiusi a scrivere è un gran sacrificio, ma siamo qui per questo. In serata a internet leggo della grande mareggiata che c’è stata a Campo e mi metto in contatto con Massimo per saperne di più.
Per le vie ci sono diversi predicatori intorno ai quali si formano dei capannelli e ogni tanto parte anche qualche rissa, c’è un po’ di tumulto dovuto anche ai fatti della striscia di Gaza.  
  
 
Sabato 29 novembre 2008 Marsa Matrouh - Egitto
 Il giorno della varichina
Giornata dedicata alle pulizie di casa, alla fine siamo un po’ intossicati di varichina ma la casa è pulita. 
  
 
Venerdì 28 novembre 2008 Marsa Matrouh - Egitto
Image Il palazzo della spazzatura
Questa mattina è quasi tutto chiuso, è venerdì il giorno sacro dell’islam, gli uffici pubblici riapriranno lunedì quindi per il visto bisogna solo aspettare. Mi sembra che qui in Egitto la festività sia più osservata rispetto ai paesi magrebini che abbiamo visitato. Joe l’egizio-americano ci accoglie con il suo sorriso a trentaquattro pollici, cerca di convincerci a rimanere nel suo albergo, ma voglio cercare un appartamento. Davanti alla moschea c’è una gran folla e anche tanti militari armati, gli altoparlanti diffondono per la via la predica accalorata dell’imam. Negli sguardi della gente che si avvicina al luogo di preghiera si vede forte l’indottrinamento coranico, c’è un’atmosfera strana che sa di fanatismo, accentuata dal fatto che le poche donne che si vedono passare, spesso sono completamente velate di nero, addirittura alcune hanno il velo anche sopra gli occhi. La città è grande, sul lungo mare ci sono decine e decine di palazzi vuoti, sono strutture turistiche, giriamo un po’ alla ricerca di un appartamento. Le differenze con la Libia sono enormi, tra i paesi che abbiamo visto quello più simile all’Egitto è sicuramente il Marocco, anche qui ci sono tanti carretti trainati dai ciuchi che si muovono per le vie del paese. Uno dei servizi fatti con gli asini è quello del trasporto dell’acqua, si vedono passare continuamente dei carretti con sopra una botte che portano l’acqua alle case e alle varie attività compreso il lavaggio auto che in pratica consiste in due bidoni d’acqua sull’angolo della strada, un bidone di sapone e un po’ di cenci. Anche qui è un continuo costruire lungo la costa, ma non ci sono i cantieri futuristici di Tripoli, la sabbia viene caricata dalla spiaggia con la pala sui soliti carretti trainati dagli asini. Un’altra caratteristica è che ci sono tantissimi militari, ci sono caserme dappertutto, a ogni angolo di strada e davanti a ogni edificio pubblico o turistico ci sono sempre un paio di militari e poi c’è tanta spazzatura soprattutto la plastica che vola ovunque. Il lungomare si affaccia su una bella spiaggia bianca e il mare è turchese. Ci spostiamo verso ovest alla ricerca di un alloggio, ma troviamo solo strutture chiuse, entriamo in un palazzo, un misto di puzzo di piscio e spazzatura ci da il benvenuto, come inizio non è un granché. C’è un ragazzo alla portineria e iniziamo una trattativa, si parte da centocinquanta pound al giorno, uno sproposito rispetto ai trenta a notte dell’albergo di Joe, nel frattempo arriva quello che sembra essere il boss, è un tipo strano con la faccia mefistofelica, espressione da trafficone e look da cameriere vesuviano in libera uscita. Inizia un giro di appartamenti, ne vediamo svariati, alla fine scegliamo proprio il palazzo della spazzatura, ci piazziamo al quinto piano, l’appartamento è spazioso e panoramico, c’è l’energia elettrica e l’acqua calda, anche il prezzo è buono e rispetto alla rampa di scale che è una vera e propria discarica non è nemmeno troppo sporco. L’obbiettivo di giornata è raggiunto, andiamo a prendere i bagagli da Joe che comunque si dimostra persona estremamente gentile e ricca di consigli e poi pesce alla griglia e internet.
 
  
 
Giovedì 27 novembre 2008 da Derna Libia a Marsa Matrouh Egitto

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Tobruk e la follia della guerra
La mattina comincia con una “litigata” con silenzio che voglioso di scaricarmi il prima possibile parte guidando come un demente nel traffico di Derna. Dopo la buriana calma piatta, dal finestrino scorrono scorci di mare bello e panorami di colline verdi, wadi secchi e tanti piccoli ginepri piegati dal vento, poi il paesaggio torna desertico con la solita strada dritta ogni tanto si vede qualche cammello e i pastori beduini in groppa agli asinini che controllano le piccole greggi di capre. Anche qui ci sono tanti lavori in corso lungo la strada, ampliamenti e condotti per portare l’acqua per avverare il sogno di Gheddafi che ha promesso al suo popolo una Libia verdeggiante nel giro di pochi anni. Arriviamo a Tobruk, il mare è bellissimo e la baia riparata e invitante, ma la città è un insieme di cubi grigi di cemento. Fu proprio questo porto riparato il motivo dell’importanza di questo luogo durante la seconda guerra mondiale. In alto a pochi chilometri dal golfo visitiamo il cimitero militare tedesco costruito dentro un austero forte militare, è un posto tetro con un interminabile elenco di nomi, oltre seimila. A qualche chilometro di distanza ne visitiamo uno degli alleati, migliaia di lapidi a ricordare nuovamente la follia della guerra, inglesi, polacchi, australiani, neozelandesi, sudanesi e tanti altri corpi militari africani che in quanto truppe coloniali erano quasi tutti pionieri e venivano usati per sminare. La maggior parte sono caduti tra i sedici e i ventitre anni e mette angoscia constatare che in questo cimitero i vecchi sono i trentenni.
Ancora centocinqunta chilometri di deserto e arriviamo alla frontiera, le formalità sono più veloci del previsto la polizia di frontiera Libica è molto gentile e anche quella Egiziana anche se è tutto un altro mondo, la terra di nessuno fra le due frontiere è una larga strada dove bruciano cumuli di spazzatura, c’è una vasca piena di sapone dove passano camion e pulmini per lavare e disinfettare  le ruote prima di entrare in Libia, i grassi doganieri egiziani non ci creano alcun problema anche se provano a chiederci qualche cadeau. L’asettica e pulita Libia è finita, nell’attesa di un taxi per Sallum andiamo a prendere un the, il sudicio e l’ambiente sono quelli del Marocco e anche il the che è tornato buono e la cucina è uno spettacolo con i tanti pentoloni incrostati. Partiamo alla volta di Sallum l’autista è un beduino con gli occhi di gatto e anche con il taxi siamo tornati agli standard marocchini, un vecchio peugeot 504  con tre file di sedili rimediati, in grado di portare dieci persone. Siamo su un altopiano la strada scende spettacolarmente a tornanti verso Sallum regaladoci un panorama di mare con i colori bellissimi, sotto di noi il piccolo porto e la cittadina, poi la costa si perde nell’orizzonte fra gigantesche dune bianche di sabbia. Fra un’ora parte il pullman per Matrouh cittadina sulla costa dove penso di fare base per riordinare un po’ tutto. Quarto paese africano e situazione diversa dalle altre, gli uomini vestono all’araba, i tratti somatici sono tanto diversi tra le persone, le donne sono tutte vestite di nero e velate si vedono solo gli occhi e la parte del velo che copre il volto è cucita alla parte superiore che copre la fronte, per evitare che si veda qualcosa. Con gesti eloquenti mi invitano a sedermi lontano dalle donne. È un insieme di situazioni diverse, carretti trainati dagli asini, via vai di gente che entra in Egitto dalla Libia, facce tanto diverse ma tutte interessanti e si ritorna a respirare la miseria, quella vera che avevamo lasciato in Marocco, anche il pullman è degno parente di quelli marocchini, tendine, sedili scassati e un cruscotto artistico. Si parte e si fiancheggia un altro cimitero militare queste sono le zone delle grandi battaglie della seconda guerra mondiale fra le truppe di Rommel e Montgomery. Il deserto di roccia riflette la luce di un sole caldo specchiandosi nelle migliaia di sacchetti di plastica che sono sparsi ovunque, mentre dal lato mare si ammirano ora vicine le spettacolari dune bianche. Ogni tanto Il pullman si ferma per far fumare gli uomini, ci fermiamo in un souk-autogrill dove seduta tra gli uomini fieramente fuma una sigaretta una prostituta egiziana, comunque anche lei velata anche se a volto scoperto. È ormai buio quando arriviamo a Matrouh, con un taxi urbano raggiungiamo il centro, anche qui siamo tornati alle modalità marocchine bisogna trattare sempre il prezzo. La città ha un lungo mare turistico costeggiato da albergoni, questa è una delle mete predilette dal turismo interno all’Egitto.Ci spostiamo nell’interno, nella zona del mercato della frutta dove troviamo un alloggio molto economico, il proprietario è un gentile egiziano che si definisce americano-egiziano, mi racconta che è nato a New York e un che d’americano ce l’ha, parla inglese biascicato e c’ha il sorriso stampato. Marsa Matrouh è un centro grande e pieno di vita la cosa più bella vista per ora è il mercato della frutta, è  bella ed esposta in modo molto coreografico, lungo le vie ci sono tanti grigliaroli di pesce e cafè all’aperto pieni di gente, si cammina a mezze maniche e l’aria è secca mi viene da pensare al tempo umido e freddo di fine novembre dalle nostre parti. Ci mangiamo tre pesci mai visti ma buoni, una specie di incrocio tra il parago e la salpa, con il pane che fanno qui un pane sgonfio che viene cotto dentro fornettini lungo le vie il cui piano di cottura  ruota mentre i dischi dell’impasto si gonfiano rapidamente e nel giro di un minuto viene già sfornato, è un lavoro praticamente continuo così come gli acquisti che si susseguono ininterrottamente, quando è caldo è buonissimo ma secondo me per fargli onore ci vorrebbe lo stracchino e la salsiccia. Per mangiare si va in un cafè qui è normale così, ti porti il mangiare e paghi tutto prendendo un the. Rispetto alla Libia è tutto più vitale e colorato ma anche più sporco e povero, però la varietà delle persone e delle merci è favolosa, anche le pasticcerie sono notevoli, altra piacevole sorpresa qui internet viaggia come una scheggia domani approfondiremo meglio ma sembre proprio il posto ideale per fare base e rimettersi in pari con elbaeumberto e gli altri lavori. 
  
 
Mercoledì 26 novembre 2008 Cirene, Apollonia, Latrun – Libia

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Alessandro Magno

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Tempio di Zeus

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Monumento Navale

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Tomba di Batto

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Necropoli

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Apollonia

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Latrun

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Le meraviglie di Cirene, la città di Batto e Aristippo  
Silenzio stamani è più stronzo che mai e vorrebbe saltare Cirene, già ieri ci aveva provato proponendo di andare a dormire a Susa con la scusa di farci risparmiare sul costo dell’albergo.
Abbiamo finito i dinari, proviamo a cambiare  nelle banche della cittadina, ma nessuna compra euro e non ci sono bancomat, alla terza banca finalmente troviamo la persona che ci cambia e al giusto tasso, non è al di là del banco ma in fila insieme a me, è il solito libico gentile che capita la situazione ci cambia gli euro. Si lascia Al–Bayda e in pochi minuti si arriva su una bella collina ombreggiata da pini, ginepri e eucalipti dove si trovano le rovine della mitica Cirene.
L’epica classica ci racconta che Cirene, figlia di Ipseo re dei Lapidi, era una principessa bellissima e coraggiosa, amava la vita selvaggia e la caccia che esercitava nei boschi della Tessaglia. Un giorno Apollo la vide attaccare e sconfiggere un leone e se ne innamorò all’istante, la rapì immediatamente e con il suo cocchio alato dalla Tessaglia la portò sulle colline della Libia occidentale dove la amò e in suo onore venne fondata la città. Anche il racconto storico è ricco di spunti mitologici, ci parla di Grino Re dell’isola di Thera (Santorini) che preoccupato per il figlio Aristeo detto Batto che già adolescente  non proferiva parola, fece visita all’oracolo di Apollo a Delfi il quale gli disse di mandare il figlio in Africa a capo di una spedizione di coloni per fondare una città in onore di Cirene, facendo questo avrebbe acquistato la capacità di parola. Grino non ne fece di niente ritenendo il responso dell’oracolo improponibile al popolo. Passato qualche anno la situazione sull’isola si fece problematica per via di una carestia e dell’aumento della popolazione, le risorse  non bastavano e vennero fuori problemi di potere e convivenza che stavano degenerando in guerra interna, a questo punto Grino decide di assecondare il volere di Apollo e impone a Batto di partire alla volta dell’Africa con una piccola spedizione di meno di cento uomini, per il viaggio avventuroso che doveva essere di  qualche settimana e che durò invece otto anni. Si fermarono una prima volta sull’isola di Platea dove stanziarono due anni e poi ripartirono alla volta dell’Africa, i coloni atterarono sulla costa libica più o meno dove oggi sorge la città di Derna e lì si fermarono per sei anni senza però trovare le condizioni ideali per impiantare la loro colonia, fino a quando, venuti in contatto con la tribù locale dei Gilimani, furono accompagnati su questa collina occupata da altre tribù dove gli abitanti di Thera fondarono Cirene. La storia leggendaria ci racconta che Batto decise di porre la prima pietra a fianco della ricca sorgente che dedicò ad Apollo e immediatamente acquistò la facoltà di parlare e si proclamò re di Cirene, era il 631 avanti cristo. Batto governerà per quaranta anni e darà vita alla dinastia Battea che governerà Cirene con otto re fino al 440 a.c. La città si sviluppò con grande rapidità grazie alle condizioni favorevoli che spinsero altri coloni greci a raggiungere Cirene, questo grande sviluppo allarmò le tribù locali che anche allora non accettarono l’occupazione straniera e per respingere gli invasori chiesero aiuto al faraone che intervenne, ma il cui esercito venne sconfitto dai greci capitanati da Batto nel 570 a.c. Questa data segnò l’inizio un periodo di grande stabilità ed espansione della città che in breve diventerà una delle più importanti del Mediterraneo. Il prestigio e la ricchezza di Cirene aumentarono sempre più, nonostante le lotte di potere e l’annessione della città all’impero Persiano, rimase ellenica e autonoma, anzi fu proprio il IV secolo il periodo di maggior splendore, sia dal punto di vista economico che culturale. Cirene diviene uno dei più importanti centri dell’antichità anche per le arti e le scienze e fu proprio in questo periodo che Aristippo fondò la corrente filosofica dei Cirenaici. Il clima favorevole, la ricchezza d’acqua, le terre fertili e il trovarsi al centro delle più importanti reti commerciali marine e terrestri di quel periodo, unite alle forti motivazioni dei tanti coloni arrivati, resero possibile tutto questo,  ma la grande ricchezza della città era particolarmente legata al Silfio e ai suoi derivati. Questa pianta era una specie di finocchio selvatico, ormai estinto, che cresceva in questa zona ed era nota in tutto il mondo antico e richiestissima perché dotata di proprietà eccezionali, con il Silfio si potevano curare tantissime malattie ed era anche il più efficace contraccettivo dell’antichità. La fortuna per i Cirenaici era rappresentata dal fatto che il Silfio era refrattario ad ogni trapianto, non si poteva coltivare ma solo raccogliere e quindi il suo commercio rimase sempre legato a Cirene. Anche il suo utilizzo non era semplice: i principi attivi con cui si elaboravano i medicamenti venivano estratti dalla linfa e intorno a questa arte nacque una prestigiosa scuola di medicina che fece accrescere ulteriormente il prestigio e la ricchezza della città. Cirene mantenne per secoli la sua autonomia nonostante la conquista di Alessandro Magno nel 331 a.c. a cui in realtà si consegnò e quella poco successiva del regno Egizio dei Tolomei che a loro volta nel 96 avanti cristo la consegnarono ai romani per mano del faraone Tolomeo Apione. Ma pur diventando romana mantenne la sua impronta greca e la sua indole di città che aveva nella ricerca del piacere e del vivere armonico i suoi capisaldi. Cirene fu bruscamente stravolta dalla  rivolta ebraica dal 115 al 117 dopo cristo, che distrusse la città, i coloni ebrei provenienti dalla Palestina infatuati dalla severità del loro dio unico, distrussero la città che adorava tanti dei e definiva la felicità come la somma dei piaceri umani. Nel 120 d.c. sotto l’imperatore Adriano, considerato giustamente il secondo fondatore, venne ricostruita acquistando un aspetto tipicamente romano, Cirene continuò ad essere una città importante ma il suo periodo di massimo splendore era ormai terminato, nel 262 Diocleziano spostò il capoluogo della regione a Tolemaide e poi anche qui il terribile terremoto del 365 ebbe un effetto devastante distruggendo quasi tutto e ne segnò il definitivo declino. Successivamente i bizantini preferirono la vicina Apollonia e Cirene, pur rimanendo abitata, perse sempre più importanza e fu facilmente conquistata dagli eserciti mussulmani che la occuparono nel 643, continuò ad essere abitata ancora per alcuni secoli ma niente era rimasto dello splendore passato.
Silenzio ci lascia davanti al museo che come struttura sembra un magazzino ma raccoglie decine di statue meravigliose, la cosa che mi colpisce di più è la varietà di stili da quello egizio, al greco, al romano, al bizantino e si ha come un senso di involuzione artistica man mano che si va avanti nel tempo. È una giornata buia purtroppo le foto non verranno belle però c’è una grande atmosfera con monumenti che spuntano da tutte le parti in un paesaggio dolce di colline mediterranee. Le pinete e i colori ricordano Monte Perone, lo sguardo è catturato dalla mestosità del Tempio di Zeus enorme e imponente, costruito nel quinto secolo dai greci in origine il corpo centrale misurava trentadue metri per settanta ed era il più grande tempio ellenico del periodo. La sua storia racchiude e sintetizza quella di Cirene, fu restaurato la prima volta dai Romani fra il 27 e il 14 avanti cristo sotto l’imperatore Augusto, venne distrutto dagli ebrei nel 115 e ricostruito da Adriano nel 120, ridotto a cumulo di macerie dal terremoto del trecentosessantacinque e subito dopo saccheggiato dagli zeloti cristiani, dopo secoli di oblio è stato poi  ricostruito quasi due millenni dopo dagli archeologi italiani. I colori e i paesaggi sono quelli dell’Italia, poco più avanti c’è anche l’ippodromo a due terzi della sua lunghezza è diviso da una rete perché ormai è stato trasformato in ricovero per animali. Dal vertice della collina iniziamo la visita del sito vero e proprio, templi e grandi ville si alternano in un’ambientazione di grande suggestione anche perché non ci sono turisti. È un sito in alcuni tratti ben restaurato ma l’ambiente ricorda i quadri fatti dai grandi paesaggisti inglesi dei primi dell’ 800, mi vengono in mente le stampe con il colosseo ridotto a ovile e a pascolo per le pecore, qui la situazione è la stessa, pecore, capre e mucche pascolano nel sito e in realtà ne curano la manutenzione. Siamo dentro il grande foro romano costruito sull’antecedente gimnasium greco, è la struttura più imponente di Cirene, quello che si vede oggi è in gran parte romano in effetti come scrivevo prima la città fu ricostruita più volte e i romani dimostrandosi assai rispettosi della cultura e dei monumenti del luogo, restaurando i monumenti della città greca, anche qui come a Sabratha, a Leptis e Tolemaide, le iscrizioni dei grandi edifici pubblici sono in più lingue, qui chiaramente   prevale il greco e il latino e questa è un’ulteriore dimostrazione del rispetto che esisteva nel passato fra le diverse culture. Il sito è delimitato da una recinzione ma anche oltre fra campi arati e baracche spuntano resti di grandi reperti, guardando verso sud vedo un bellissimo grande anfiteatro scavato nella roccia, tre templi e un’infinita distesa di grandi edifici murari non ben identificati. La città è una continua sovrapposizione di opere greche, romane e bizantine con i mosaici di quest’ultimi che pavimentano numerosi luoghi pubblici. Scendiamo in direzione dell’Agorà la piazza dei greci, dove si trova una tomba che gli archeologi hanno riconosciuto e chiamato tomba di Batto, in memoria del fondatore della città. Il monumento chiamato navale ruba la scena agli altri, ma non c’è un monumento che prevale, è l’insieme di questa città a rendere tutto magico. Saliamo in alto fino all’acropoli totalmente abbandonata è solo un deposito di reperti e un pascolo per le pecore, fa rabbia vedere questo abbandono così come la spazzatura che sbuca fra monumenti di inestimabile valore, alcuni dei quali risalgono addirittura al VII sec a.c. Scendiamo verso la parte bassa della città quasi tutta imperniata sul culto di Apollo che è figura dominante di Cirene. C’è una bellissima zona termale chiamata la Fontana di Apollo, qui secondo gli scritti antichi Batto fondò la città, è un luogo magnifico, purtroppo tenuto e mantenuto in maniera indegna, l’acqua sorgiva che sgorga da una grande parete di calcare bianco riempie delle grandi vasche di pietra adornate di capelvenere con una serie di canali scavati nella roccia a monte e poi incisi nelle grandi lastre che convogliano l’acqua nella parte pubblica e monumentale della città. Anche qui i monumenti di epoche diverse si sovrappongono e come nella parte superiore la prevalenza è di epoca romana, ma gli archeologi hanno datato risalendo all’inizio del VI secolo le fondamenta dei templi di Apollo e di Artemide e dell’altare monumentale, che testimoniano l’attendibilità della storia e della datazione della fondazione. Dalla zona sacra, dopo aver oltrepassato un massiccio muro, si accede al teatro (VI secolo a.c) scenograficamente aperto verso il mare, un posto meraviglioso e spettacolare per il paesaggio anche senza lo spettacolo. La grande bellezza e armonia del paesaggio resa ancora più sognante dalla luce soffusa di questa giornata nebbiosa, mi fa pensare a come doveva essere Cirene nel IV secolo al tempo di Aristippo il geniale filosofo che nacque qui nel 435 a.c. e che qui fondò la corrente dei Cirenaici. Aristippo amava la bella vita e il quieto vivere, diceva che “il senso della vita sta nella ricerca del piacere” che “esiste solo nel presente ed è momentaneo” e riteneva il piacere corporeo la massima espressione del piacere. Metteva al centro di tutto l’uomo e le sue emozioni (il piacere da perseguire, il dolore da rifuggire) che “sono le uniche cose percepibili ” e considerava i fenomeni naturali interessanti “solo se producono piacere” riteneva l’autosufficienza indispensabile e che quindi il piacere andava goduto ma senza diventarne dipendenti “possedere senza essere posseduti” altrimenti viene meno l’autosufficienza “senza la quale non vi è né  libertà né  piacere” Amava godere dei beni presenti rinunciando ad affaticarsi nella ricerca di godimenti non presenti e quindi nulli, si riteneva cittadino del mondo e non si sentiva legato da nessun tipo di vincolo né religioso né sociale e diceva “Io non mi colloco nella schiera di coloro che vogliono comandare ma tra coloro che vogliono trascorrere la vita nella maniera più facile e piacevole possibile, la mia vita non passa né per il comando né per la servitù, ma per la libertà che è quella che meglio porta alla felicità…” Il pensiero di Aristippo ebbe da subito gran successo, fra i suoi primi discepoli ci furono la figlia Arète e il nipote Aristippo (Il giovane) poi Egesia che era Cirenaico ma pessimista ed affermava “il saggio più che ricercare il piacere deve scansare il dolore”, Anniceride che invece trovava “piacere anche nell’amicizia e nell’altruismo” e tanti altri, Oguno elaborò la sua teoria mantenendo però sempre fermo il principio che ogni uomo saggio deve essere padrone di se stesso, Teodoro uno dei suoi più famosi discepoli, diceva che “il fine dell’uomo non è il piacere ma la felicità che consiste nella saggezza e nella giustizia” per lui il piacere e il dolore erano sensazioni nulle, aveva anche una visione particolare dell’amicizia che riteneva nulla sia per gli schiocci che la confondevano con il bisogno, che per i saggi che in quanto saggi sono autosufficienti e non hanno bisogno di amici, affermava anche che la patria del saggio è il mondo e negava l’esistenza degli dei e infatti per questo venne soprannominato l’ateo. Teodoro non concepiva le guerre e trovava insensato che un uomo dovesse sacrificare la propria vita per il volere di uomini stolti che spesso si nascondevano dietro volontà divine e diceva “è ragionevole che l’uomo di valore non si sacrifichi per la patria poiché è sconsiderato gettare via la propria saggezza per l’utilità degli insensati.La patria è il mondo…” Sono passati duemilaquattrocento anni da quando gli abitanti della città fondata da Batto elaborarono un modo di vivere basato sulla ricerca del piacere e la libertà individuale, che rifiutava ogni dogma sia sociale che religioso e ambiva alla felicità nel presente. Quanto tempo e quanta involuzione nel frattempo  e quanta colpa, in tutto questo degradare etico e filosofico, a questo pallosissimo dio unico in tutte le sue forme e con tutti i suoi sacerdoti che ormai da millenni stanno inculcato nella testa della gente la sottomissione, il valore del dolore e il vivere nel sacrificio presente per ambire a illusori paradisi futuri.
Il silenzio ovattato è inciso dal brusio di un gruppo di turisti tedeschi che sta scendendo verso il santuario di Apollo, passiamo davanti ai templi e alle are votive della città bassa e poi nelle grandi  terme di epoca romana pavimentate con marmi policromi e usciamo dalla città monumentale. Appena fuori ci troviamo davanti uno spettacolo incredibile per meraviglia e degrado, il lato nord della collina su cui si sviluppa Cirene e le pareti della valle sottostante  sono interamente ricoperte da tombe scavate nella roccia bianca, un’immensa necropoli, una vera e propria metropoli dei morti, iniziata nel VI secolo avanti cristo dai coloni greci fu utilizzata ininterrottamente per più di un millennio da Greci, Romani e Bizantini, le tombe sono migliaia alcune delle quali molto grandi e con facciate elaborate e ci sono anche tanti sarcofaghi scalpellati nella roccia. Dopo il periodo Bizantino le tombe furono usate come abitazioni dei pastori e dai nomadi e alcune sono ancora usate come stalle, fa male vedere tutto questo degrado, specialmente  quelle vicino alla strada sono ricoperte di spazzatura e escrementi.  
Stiamo scendendo verso Apollonia, altra grande città della pentapoli greca, che si trova sulla costa a una quindicina di chilometri da Cirene, il paesaggio è molto bello scendendo verso il mare caratterizzato da gole di roccia bianca e rossa e da vigorosi ginepri e carrubi. La città antica è nascosta dall’abitato squallido e in’espansione di Susa con cui confina. Per entrare bisogna svegliare il guardiano che sta dormendo, Apollonia è un nome che evoca grandi eventi storici e leggende ma sembra non interessare a nessuno, questo senso di abbandono è comunque un’amplificazione del fascino di queste grandi città del passato ed è controbilanciato dalla sensazione di essere esploratori di città perdute. Apollonia nasce più o meno nello stesso periodo di Cirene e si sviluppò principalmente come porto della grande città, grazie ai fiorenti commerci della regione divenne anche un grande centro urbano. Ancora più che a Cirene il terremoto del 365 e soprattutto il susseguente maremoto fu devastante, cancellando completamente il porto e tutte le strutture lungocosta. La città ritornò importante con i Bizantini che la preferirono a Cirene come capoluogo di questa zona edificandoci cinque basiliche. Si cammina fra migliaia di frammenti di ceramica antica, le tracce più evidenti sono quelle del periodo Bizantino, anche se come sempre le basiliche cristiane sono costruite sulle fondamenta e con il materiale dei templi antichi, del porto ormai sommerso dal mare, non rimane niente solo due scogli a tre quattrocento metri da riva che ci indicano dove sorgeva. Per me la parte più bella è il teatro greco scavato nella roccia che si affaccia sul mare. Anche qui c’è una grande necropoli e anche sulla scogliera, a pochi metri dal mare ci sono molti parallelepipedi delle tombe scavati nella roccia, la posizione è strana ma duemila anni fa il mare era molto più lontano. Finalmente il sole per un attimo buca la coltre nebbiosa e subito i colonnati di marmo si accendono di luce risplendendo a contrasto col blu intenso del mare e l’azzurro del cielo, mentre alle spalle si apre alla vista Nuova Apollonia mostro in espansione di orribili case grigie. Proseguiamo lungo costa, la vegetazione è caratterizzata da ginepri piegati verso terra dalla forza del vento di mare, ci sono anche lentischi, corbezzoli e erica, con la luce magica del tramonto visitiamo le due chiese bizantine di Latrun e poi ancora lungocosta in macchina con Silenzio sempre più odioso, fino a Derma, che si presenta con grandi brutti palazzi scuri. È una cittadina tranquilla e anonima dove si respira comunque la vicinanza con l’Egitto e un islam decisamente più presente.

  
 
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